È Mikhail Bakunin ma parla proprio come un lumbard

Mettiamo di leggere una frase come questa: «In questo periodo l'Italia si trova in una condizione triste e pericolosa. Tutti sono spaventati dalle funeste certezze dell'oggi e dalle ancor più temibili incertezze del domani». Oppure un articolo dello stesso autore che reciti: «La burocrazia è un gruppo di interesse che si è costituito a danno della Nazione; è una casta... creata e mantenuta con il denaro del popolo». O ancora, un attacco al centralismo di questo tenore: «Se infatti l'amministrazione pubblica tornasse ad avere la sua autonomia comunale e provinciale, non ci sarebbe più bisogno di pagare questi grassi stipendi a burocrati inutili ed oziosi».
Beh potremmo pensare ad un commentatore politico, liberista e perché no anche un po' filoleghista, che se la prenda con la gigantesca macchina di uno Stato fiscalmente e burocraticamente oppressore. La cosa stupefacente è però che queste idee sono invece state messe nero su bianco quasi 150 anni fa. E non da qualcuno che rimpiangesse l'Antico regime, bensì dal padre dell'anarchismo, Michail Bakunin (1814-1876). Spesso, infatti, ci si dimentica del suo lungo soggiorno in Italia, iniziato nel 1864 e terminato nel 1867, e ancor più spesso dei suoi molti articoli che parlano dell'Italia e dei suoi rapporti con personaggi come Mazzini e Garibaldi. Ecco che allora risulta gustoso e divertente il piccolo libro appena pubblicato da Elèuthera: Viaggio in Italia (pagg. 144, euro 12, a cura di Lorenzo Pezzica).
Raccoglie molti degli articoli sul nostro Paese scritti dall'anarchico russo (oltre a lettere e a tre schizzi inediti che lo ritraggono). Il quale, quando si tratta di mettere in luce i problemi del nuovo Stato unitario non ha alcun dubbio. Un meccanismo di prelievo fiscale tanto vessatorio quanto inefficace, la tendenza a prevaricare degli amministratori pubblici, il rischio che, data la fragilità del sentimento nazionale, lo Stato si manifesti soltanto attraverso la burocrazia... Il tutto ovviamente anche condito con un convinto attacco al clericalismo.
Una critica che spara a zero sugli italiani? No, secondo Bakunin il Paese è caratterizzato dall'avere: «Una generazione di intelligenze vive e cuori forti che si è battuta, con varia fortuna, per sostenere un programma fondato sulla grandezza storica della nazione». Una generazione risucchiata, masticata e risputata dai partiti che praticano il «praticismo politico» ovvero subordinare «ogni principio alle apparenti esigenze del momento». Effettivamente non sembra cambiato molto. Soltanto, Bakunin poteva consolarsi con utopie proletarie ora morte e sepolte. Oggi lo si può fare un po' meno.