«Il mio Piero Gobetti esempio per i giovani»

Classe '83, romano, Paolo Di Paolo inizia a scrivere Mandami tanta vita (Feltrinelli) alla stessa età in cui uno dei suoi protagonisti, Piero Gobetti, moriva. Finzione narrativa basata su lettere, testimonianze, documenti, saggi storici, il romanzo, storia di Piero e della moglie Ada, dello studente Moraldo e della fotografa Carlotta, è ambientato nella Torino del '26 e poi a Parigi.
Chi è Piero Gobetti?
«Una figura affascinante, laterale e poco conosciuta. Un ragazzo che aveva le antenne per capire quanto altri hanno capito dopo. Come personaggio, un giovane intellettuale pronto a esporsi, in contatto con Croce, Salvemini, Einaudi, ma anche colto da scoramenti profondi su ciò che resta di quel che facciamo».
E chi è Moraldo?
«La sua antitesi. Vorrebbe diventare come Piero, ma sta un passo indietro. In questo è come i giovani contemporanei: lo fermano l'incertezza, lo smarrimento, il disincanto, un blocco si sconfitta prima ancora di fare un gesto».
Perché Torino?
«È una città misteriosa e allarmante. Ha dentro un male di vivere che si manifesta in anticipo rispetto al Paese in una crisi forte già nei primi anni Venti, con le lotte socialiste e operaie».
Che senso ha la parola «ideologia»?
«Ammiro, ma non invidio, chi sperimentò, padri e nonni, quella purezza violenta. Ma una possibilità politica al di là dell'ideologia esiste, anche se non credo nell'antipolitica. Volevo scrivere un libro su come si può fare la rivoluzione, di un italiano che non si arrende alle allucinazioni collettive e Gobetti lascia piccole scaglie luminose che possono guidarci per agire nel presente. Detesto però la letteratura ideologica, i manifesti e i proclami. La letteratura è fatta di singolarità individuale, non di intruppamenti e squadre. Anche il gruppo '63 non mi ha mai convinto».
Oggi ci vorrebbero Energie Nove?
«Sì. Cercavo una storia che mi spostasse dall'attualità, eppure con Gobetti mi sono esplose tra le mani situazioni, frasi e concetti del presente».
Che ne pensa dello Strega?
«Partecipare è lusinghiero, a 29 anni sono nella competizione più prestigiosa. Ma anche destabilizzante, ansiogeno, perché porta con sé le polemiche sul “totoconclave”. Ma accetto le regole. Se fossi uno degli Amici della Domenica, i cui nomi sono su internet, di fronte alle affermazioni su telefonate e pressioni varie mi sentirei offeso, avrei uno scatto d'orgoglio: segnalerei che il mio voto sarà secondo coscienza».
Perché dovrebbero votare il suo libro?
«Perché è una storia sull'incanto della giovinezza, in un momento in cui di questo si parla molto».