"Il mio ritratto", l'estratto di "Selfie ad Arte" di Clelia Patella

Il capitolo "Il mio ritratto", estratto del libro "Selfie ad arte, l'arte al tempo dei social", di Clelia Patella

Il mio ritratto

Ogni tanto, qualcuno su Facebook pubblica qualche video compilation di gente morta nell’atto di selfarsi. In linea di massima sembra una collezione di Darwin Awards: farsi una foto sor-ridendo all’obiettivo mentre si ulula guidando a 160 all’ora o camminando in equilibrio su un ponteggio a 200 metri d’altezza significa andarsela un po’ a cercare, e non c’è bisogno di dichiarare no-selfie zone quei contesti per cui la cosa è ovvia, come non servirebbe scrivere «attenzione: non usarli per fare i giocolieri» sulla confezione dei Miracle Blade.

Eppure a volte si rischia anche solo a scattare degli innocenti Selfie ad Arte. A me è quasi sempre successo nello stesso posto, ovvero all’Hangar Bicocca di Milano, tempio delle mega installazioni artistiche contemporanee.

Come quando andai a vedere On Space Time Foam di Thomas Saraceno, ovvero il mio artista preferito. L’installazione consisteva in una gigantesca bolla trasparente di plastica, camminabile su tre livelli di cui il più elevato (quello dove ovviamente sono andata io) a venti metri d’altezza. La particolarità concettuale dell’opera consisteva nel fatto che il movimento di ognuno di coloro che si spostavano sulla bolla influenzava giocoforza quello di tutti gli altri, che venivano quindi completamente destabilizzati – come se non bastasse il semplice muoversi su una pellicolona di plastica per farlo.

Ora, considerate il fatto che io soffro di vertigini, e capirete perché in quell’occasione ebbi una crisi di panico e rischiai (seriamente) il collasso. Eppure, nelle foto e nel video, appaio padronissima della situazione anche se stavo morendo dentro. Ah, che professionista…

All’Hangar è sempre andata così, come quando girai il mio primo Walk in Art e feci la splendida infilandomi in una specie di gabbia composta da attrezzi – martelli, coltelli, picconi – sospesi e appesi a sottilissimi fili di nylon: per fortuna non fu una affilatissima lama, ma solamente un durissimo martello a oscillare e impattare violentemente sul mio cranio.

È curioso che nel momento dell’esplosione del selfie come fenomeno di massa solo i musei (alcuni musei) e i luoghi d’arte abbiano sentito il bisogno di proteggersi. L’idea di lasciare una traccia all’interno di un luogo d’arte è infatti consolidata da secoli. Gli artisti stessi sono tra i primi personaggi a essere stati paparazzati, e il luogo dove venivano più frequentemente rappresentati e immortalati erano le gallerie d’arte, la sera del vernissage. Mi hanno raccontato di un fotografo milanese, Enrico Cattaneo, che per decenni puntualmente ha documentato ogni mostra, con scatti a tutti gli intervenuti.

Oggi che il sistema del mercato dell’arte si è in buona parte emancipato dal sistema delle gallerie e i momenti di socialità si sono riversati nelle fiere, esistono numerosi magazine, on line e cartacei, che raccontano questo fenomeno, l’incontrarsi delle persone davanti alle opere d’arte, come lo farebbe un rotocalco femminile per un red carpet hollywoodiano.

È innegabile che rispetto alle foto di Cattaneo, i selfie contengano una componente di sovraesposizione del sé. Fotografarsi con un dispositivo automatico e lasciare così una memoria che va ad aggiungersi a quella degli altri è un atto sociale. Come dice Antonello Tolve, «apparire a discapito del pensare, del riflettere, dell’indagare le cause di una perdita inconsolabile, quella della privatezza (privacy), ormai definitivamente eclissata dalla echo boomers generation, dall’utilizzo costante di fotocamere digitali compatte incluse in smartphone e tablet. Gli affetti, la sessualità, il corpo, l’attività sportiva, i media, il tempo libero, i luoghi del consumo, gli spazi urbani e persino le pratiche relative alla morte sono diventate luoghi di dominio pubblico, spazi estroflessi dal proprio perimetro protettivo e catapultati, senza alcuna cintura di sicurezza, nel maelstrom dell’esibizionismo».

Siamo insomma esposti ai rischi di una deriva narcisista che trasforma il mondo da luogo in cui vivere a palcoscenico per le nostre esibizioni, e, c’è da scommetterci, tra qualche anno, per riflusso, cominceremo a provare una formidabile nostalgia per la nostra privacy.

«Una volta si chiamavo autoscatti, oggi viviamo una società di narcisi senza cervello, quelli che Roberto D’Agostino chiama i selfie-cienti. Clelia Patella invece fa dei suoi autoscatti non il riflesso vuoto di se stessa ma una riflessione giocosa e vivace sull’opera d’arte». È il modo con cui lo scrittore Massimo Parente, che ha reso il romanzo una forma provocatoria di pop art, racconta il mio lavoro, un modo in cui mi riconosco e rispecchio. Parente ha recentemente stretto una collaborazione con il mio amico Max Papeschi, che è culminata in una mostra e in un libro in cui si confrontano due artisti, uno vero e l’altro inventato (Max Fontana, che è il moniker scelto da Parente per quest’operazione). I due presentano una serie di opere che giocano con pop, dadaismo e le provocazioni che rappresentano il linguaggio di Papeschi. Non potevo non infilarmi in questa messinscena a mio modo, interpretando la cover del libro con l’intento di aggiungere dissacrazione a dissacrazione e rilettura a rilettura. Che è poi la maniera con cui a volte mi piace rapportarmi alle nevrosi e alle ansie del nostro tempo, quelle manifeste e quelle invece che rimangono sottotraccia (Tav. XIII).

I Selfie ad Arte usano il corpo come linguaggio, non come soggetto, e sono un argine al dilagare del narcisismo. Sfruttano gli stilemi della moda, della performance, del trasformismo scenico, le posture della danza e del body training, per produrre un racconto sull’arte, non sul sé (ovvero sul me), sulle sue frammentazioni ed emozioni.

Quando nel giugno del 2018 mi sono truccata e vestita da Frida Kahlo davanti al suo Autoritratto con scimmia, sento di aver reso esplicita questa intenzione. Lei si è dipinta, ha fatto di sé l’opera, attraverso la pittura, nel contempo dissacrando la sua biografia, trovando il modo di rendere anche le esperienze più dolorose parte del suo mondo.

Attraverso la mia immagine, io scrivo la recensione di una mostra, il resoconto della mia visita a un museo, condensato e compresso in un linguaggio che a sua volta è quello delle arti visive. Io parlo d’arte con l’arte, infilandomi tra un’opera e la sua riproduzione tecnica, o addirittura, come nel caso dell’interazione con i due Max, tra opera e finzione. Sono l’intrusa che Walter Benjamin non aveva contemplato, l’ospite non invitato che squaderna la convenzione della fruizione. E però, come San Giorgio, strappo al drago dell’autocelebrazione la bellezza, tolgo al selfie quella strettissima correlazione con la mercificazione di sé stessi, e ne faccio un’altra cosa, di volta in volta fiabesca, grottesca, comica, demenziale, oppure meditativa, empatica, iconica, che non usa mai il mondo come fondale o palcoscenico, e anzi gli restituisce la propria qualità di creazione.

Certo, c’è il pop, che ti chiama a giocare con l’opera. Ma c’è anche la contemplazione, che si formalizza nel tentativo di un dialogo, nel rovesciamento della mimesi e dell’imitazione, io che provo a somigliare al dipinto, alla scultura, riconoscendo da che parte sta l’arte e provando a parteciparvi.

Penso a quando la Pinacoteca di Brera ha esposto due versioni del soggetto della Maddalena in estasi di Caravaggio, l’una riconosciuta come copia, e l’altra oggi contestata come autografo, dopo la riscoperta di una redazione che sotto il profilo della qualità sembra più convincente. Bellissime tutte e due comunque eh: ogni Caravaggio è bello a mamma sua. Entrambe dunque imitazioni di un dipinto che alla sua comparsa, visto il numero di riproduzioni, deve avere avuto grande successo e fama, quasi un’icona pop. Un selfie (io che mimo il gesto della Maddalena) può essere anche un gioco di scatole cinesi.

Proviamo a immaginare la modella del Caravaggio davanti al cavalletto, ai suoi lunghi occhi socchiusi da cui il pittore fa sgorgare le lacrime. C’è una parte di invenzione nel pathos, una parte di imitazione nella partecipazione. L’arte è anche questo, sentire con gli occhi e ripetere quello che gli occhi hanno sentito, sul piano della poetica dei sentimenti, attraverso il filo misterioso che collega lo sguardo al gesto, affidando il risultato a uno spettatore, che può vedere quanto ha colto il pittore quasi possedesse i suoi occhi.

Nel Seicento pittura, teatro, musica, melodramma contribuiscono alla scoperta dell’uomo moderno, dei suoi affetti, della sua nuova posizione nel mondo e nella storia. Io credo che la fotografia sia stata inventata proprio dal Caravaggio, assieme all’idea di dipingere la realtà e non il mondo ideale, con le sue luci e bagliori che somigliano a flash.

«L’arte è creare e rendere bello quello che i più copiano male», mi ha detto una volta lo storico Giordano Bruno Guerri. «In questo senso tu Clelia sei una grande artista del selfie».

Oggi che i selfie rischiano di appiattire questo racconto nella contemplazione di Narciso, togliendo alla fotografia la sua capacità di dirci qualcosa di oggettivo sul mondo, pur nella parzialità dell’inquadratura, i miei scatti fanno parte di un tentativo di usare questo mezzo a difesa della nostra necessità di scoprire e imparare, sottraendoci all’assuefazione a noi stessi, a questa droga letale che è la nostra immagine.

E qui mi torna in mente quel che ha scritto di me il critico d’arte Angelo Crespi. «Piacevole e compiaciuta di farsi fotografare in braccio a sé stessa” profetizzava geniale, in uno dei suoi feltri, Vincenzo Agnetti, ben prima che la moda dei selfie certificasse l’egolatria diffusa da cui ci salva, ironica, Clelia. Che, nel rispecchiamento tra sé e l’opera, sublima due volte non il proprio ego, bensì l’arte e l’artista». Grazie Angelo: è il mio ritratto.