Morto Chris Burden, performer estremo

Ha inseguito l'arte più estrema mettendo in gioco il proprio corpo con azioni che hanno sondato il limite del dolore. Chris Burden, uno degli ultimi performer dell'area californiana, anche se era nato a Boston nel 1949, è morto il 10 maggio a soli 69 anni nella sua casa di Topanga Canyon, in California.

Cresciuto in un contesto culturale in cui la sfida alla logica e alle convenzioni era pane quotidiano, Burden ha fatto della sofferenza e della provocazione le proprie armi più efficaci. Mentre altri suoi colleghi, come Vito Acconci, indirizzano sulla condizione interiore e individuale la propria idea di Body Art, egli non esitava a provare la resistenza del fisico come metafora da riversare sul sociale, in forma di protesta molto gridata e polemica. Nel 1971 comincia chiudendosi per cinque giorni in un armadietto di metallo dissetandosi solo quando proprio non ce la fa più. Shooting , sempre del 1971, è il lavoro che gli dà fama: si fa sparare in un braccio da distanza, rimanendo ferito seppur in modo non grave: nessuno era arrivato a tanto, a parte le esperienze degli Azionisti viennesi, tanto che a suo confronto artiste come Gina Pane che si incidevano la pelle con lamette, o Marina Abramovic insieme al compagno Ulay che offrivano i corpi nudi al contatto col pubblico, appaiono persino blandi. Nel 1973 mette in scena Ikarus , alla presenza di soli tre spettatori: sdraiato per terra, i suoi assistenti posizionano alle spalle due lastre di cristallo ad angolo retto rispetto al corpo, poi ci versano benzina sopra, accendono dei fiammiferi e li incendiano. Quando il calore si fa insopportabile, balza in piedi e rompe il vetro diventato fiammeggiante.

È del 1974 Trans-Fixed : appoggiato al paraurti posteriore di un Maggiolino Wolkswagen, si stende sul baule dell'auto, a torso nudo e allarga le braccia sul tetto a imitatio Christi . Dopo essersi fatto inchiodare il palmo delle mani, per due minuti il motore dell'auto va a massima velocità. Burden ha interpretato così il ruolo di martire moderno della nuova società consumistica, rappresentato appunto dalle macchine nella cultura californiana delle autostrade. «Spesso - diceva - mi considero come una specie di recluta per una specie di addestramento spaziale. Mi sento proprio come se avessi fatto qualcosa del genere».

Con la maturità smette i panni del performer e si dedica a sculture e grandi installazioni, molte delle quali a sfondo politico con forti ed espliciti messaggi, oltre a opere pubbliche esposte all'esterno: una di queste è ancora visibile sul tetto del New Museum di New York.

Sposato a una collega artista Nancy Rubins, la sua ultima mostra è stata alla Gagosian Gallery di Parigi. Ha partecipato alla Biennale di Venezia nel 1999 e a tre edizioni della Biennale del Whitney.