Napolitano, l'ultimo comunista che diventò il nuovo re d'Italia

Pasquale Chessa ricostruisce la vicenda politica del Presidente della Repubblica, dall'adesione al Pci sino al settennato più decisionista della storia del Dopoguerra

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano

«C'è sempre stata in Napolitano, funzionario di partito rigoroso e fedele nell'applicazione dei dettati, un'attrazione verso tutto ciò che con il Pci sembra non poter essere compatibile. La sua autobiografia pubblica è costellata di incontri speciali che tramanderanno di lui il profilo di un comunista anomalo, già postcomunista senza mai diventare ex comunista». È questo uno dei passaggi più significativi della monografia che Pasquale Chessa ha dedicato al presidente della Repubblica: L'ultimo comunista (Chiarelettere, pagg. 248). Il titolo, però, sarebbe stato più esplicativo se fosse stato aggiunta la parola italiano: L'ultimo comunista italiano. Sì, perché, attraverso la biografia di Napolitano, è possibile scorgere la specificità del comunismo del nostro Paese; un comunismo per molti versi anomalo rispetto al tragitto politico di gran parte del comunismo europeo. Allo stesso tempo dalla biografia di Chessa la figura di Napolitano sembrerebbe quasi emergere come quella di un uomo disponibile per tutte le stagioni, capace di trovarsi nel posto giusto al momento giusto. Si sbaglierebbe tuttavia nel vedere in Napolitano un politico machiavellico e opportunista. Piuttosto, per Chessa bisogna capire in che senso questa «adattabilità» sia stata l'espressione di una tendenza teorica e strategica all'interno del partito. Essa, infatti, altro non è stata che la manifestazione di un approccio realistico e storicistico alla politica.

La vita politica di Napolitano, sono ancora parole di Chessa, è tratteggiata da «scelte incompiute, mezze sconfitte e quasi vittorie». Se non che proprio questa specificità spiegherebbe perché la storia abbia alla fine assegnato a Giorgio Napolitano un ruolo paradossale. Il paradosso consiste nel fatto che la sua continua prudenza si è risolta in un atteggiamento fortemente decisionista, tanto da poter dire che con lui si amplia «con misura e costanza il perimetro del potere della parola presidenziale». La crisi della Prima repubblica ha costretto Giorgio Napolitano ad assumere una guida politica del Paese da cui è scaturita «una geometria del potere che, senza infrangere la lettera della Costituzione, ne ha modificato per sempre la sostanza». Secondo la vulgata mediatica, egli è ormai diventato Re Giorgio.

Chessa ricostruisce tutti i passaggi più significativi della vita politica di Napolitano, dal momento della sua adesione al partito comunista (1945) fino al settennato al Quirinale. In tal modo vengono anche delineati alcuni momenti fondamentali della storia del comunismo italiano e, più in generale, della storia politica del Paese. La formazione politica di Napolitano durante la Guerra fredda, il momento drammatico rappresentato dalla rivolta d'Ungheria, la morte di Togliatti e il problema della sua successione, lo strappo del partito (poi in gran parte ricucito) con l'Unione Sovietica dopo la Primavera di Praga (1968), il compromesso storico perseguito da Berlinguer, il duello a sinistra fra socialisti e comunisti negli anni del protagonismo craxiano, la caduta del muro di Berlino, la fine del partito e il travaglio dei comunisti italiani che non hanno il coraggio di decidere per una rottura netta con il passato. Di qui tutte le occasioni mancate dai comunisti per diventare fino in fondo - e senza rimpianti - dei veri socialdemocratici.

In tutti questi appuntamenti decisivi, l'atteggiamento di Napolitano è quello di un comunista che vorrebbe portare il partito sulla strada del riformismo, cercando soprattutto un'alleanza con i socialisti. Egli potrebbe essere definito un «togliattiano di destra» che ha a lungo cercato di adattare il passato al presente, senza tuttavia mai rinnegarlo. La sua aspirazione si è caratterizzata in senso riformistica, al contempo egli vuole mantenere una continuità con gli ideali comunisti. Il realismo di Napolitano è stato il realismo della concretezza e si basato sulla consapevolezza che in Italia non era possibile una rottura rivoluzionaria in grado di portare il partito al potere.

Un esempio paradigmatico delle suddette contraddizioni - di Napolitano e più in generale di tutta l'ala riformista (ma si potrebbe dire di tutto il partito nato dalla “svolta” di Salerno) - si può trovare in una sua dichiarazione del 1990: «non rinnego e non mi pento dei miei 45 anni nel Pci». Ma allora, viene da chiedersi, come è possibile conciliare la volontà di non rinnegare la propria militanza politica con il riconoscimento del grave errore compiuto allorché, da parte dello stesso Napolitano, si giustificò la repressione sovietica in Ungheria?
Insomma, è un po' difficile salvare capra e cavoli.