Narrativa

Gli eroi sono stanchi. Il marinaio non ha più una nave, non sa che farsene dell’onore, se prova a pensare a una donna, gli viene alla mente solo carne da bordello. Il poliziotto si è troppo sporcato con gli orrori del vizio e del delitto, perché qualcosa non gli sia rimasto appiccicato addosso: fa il suo mestiere, certo, ma non ci crede più, e forse non ci ha mai creduto. Il militare combatte una guerra lontano da casa, incomprensibile e spesso ignobile: nella vita privata è stato un ingegnere e cerca di esorcizzare la distruzione del suo nuovo mestiere con i calcoli balistici del suo essere artigliere. Il patriota è schiuma della terra, combatte per un re che di lui ignora l’esistenza, per una nazione che in tempo di pace lo lascia morire di fame e in tempo di guerra gli ordina di farsi ammazzare per lei. Al fondo, lotta per se stesso, la moglie, le figlie, ma è una lotta da miserabili. Il cospiratore si illude di cospirare per l’idea, emancipare i popoli, abbattere la tirannide, ma in realtà odia il mondo ed è più a suo agio con gli animali impagliati che con il genere umano.
Anche le eroine sono stanche. Hanno dovuto barattare la femminilità con il potere, un ruolo da maschio che atrofizza il loro essere donna. Sentono ancora battere il cuore, ma non possono dargli ascolto. Perderebbero ciò che hanno conquistato negandosi, e non vogliono tornare a essere sterile ornamento, riposo del guerriero, regina senza scettro fra quattro mura domestiche. Infine, è stanco anche l’antieroe, l’alter ego, l’angelo ribelle e caduto, incarnazione del Male. Non è più tempo di luciferina intelligenza, di menti diaboliche, di geni del crimine. Più che la banalità, c’è la stupidità del male, egualmente orribile nelle sue modalità, ma priva della sua turpe grandezza.
Il mondo letterario di Arturo Pérez-Reverte è un mondo di esseri distrutti, in quella logica hemingwayana che diceva che «un uomo può essere distrutto, ma non vinto»... Il discrimine è sottile, ma rimanda a un’etica e in fondo a un’estetica del vivere, a un codice di comportamento, a uno stile. C’è alla base una dignità che parla un linguaggio diverso da quello dei semplici vinti della storia e della vita. E Pérez-Reverte ne conosce ogni singola parola.
Siamo in Spagna, nel 1811, Ferdinando II è prigioniero dei francesi, al suo posto sul trono regna Giuseppe Bonaparte. Napoleone ha esportato vittoriosamente l’Impero e la Rivoluzione, ma la vittoria gli si è rivoltata contro. Gli spagnoli vogliono sì la fine dell’assolutismo, la costituzione e la libertà di stampa, ma non le mani straniere che gliele hanno fatte balenare e intanto si comportano da dominatrici. Il nazionalismo è anche questa cosa qui: preferire le proprie puzze ai profumi altrui. Così, la penisola iberica è un focolaio di resistenza, e la Spagna la prima battaglia persa di quella guerra europea che in Russia avrà il suo tragico epilogo.
Siamo a Cadice, sotto assedio. Qui ha sede il governo provvisorio e conquistarla vorrebbe dire, forse, guadagnare la partita. Ma Cadice è un città di mare, ben protetta e ben difesa, posta su un’estremità che si affaccia sull’Atlantico, un mare che la Francia non controlla e che l’Inghilterra, alleata infida quanto interessata dei patrioti ribelli, invece domina. Così quest’assedio che dura da due anni è più uno stallo e quasi una prigione per chi lo attua. Non riesce a entrare, non sa se può andarsene. Per chi lo subisce, è una sofferenza a cui ci si abitua: la vita continua, nonostante le bombe, e il commercio anche, nonostante i blocchi e la pirateria. Cadice è ancora il grande porto di quello che fu un grande impero nel tempo andato in pezzi.
Rappresenta gli ultimi fuochi della Spagna d’oltremare, mai come ora scossa dal vento dell’indipendenza e delle libertà che l’esempio statunitense e gli ideali della Rivoluzione francese fa soffiare vigorosamente. Gli armatori di Cadice lo sanno: non basta sconfiggere il nemico per salvare un regno.
Fra questi armatori c’è anche una donna, Lolita Palma. Ha preso lei in mano le redini dell’azienda dopo la morte del padre e, in guerra, del fratello. È giovane, ma non più giovanissima: difficilmente troverà un marito che accetti di non essere lui a comandare. E lei al suo ruolo non intende rinunciare. Per compensare le perdite di un commercio marittimo comunque a rischio in tempo di guerra, Lolita ha ora deciso di servirsi di un comandante, Pepe Lobo, al momento senza imbarco. Gli arma una nave da corsa: pirati con la patente reale, rapina legalizzata... È l’incontro fra due modi d’essere, due mondi, due solitudini: opposti eppure simili.
A questa storia, sufficiente di per sé a farsi romanzo, Pérez-Reverte ne affianca però una seconda e poi una terza e una quarta. Perché quella Cadice sotto assedio e porto di mare, città di traffici e di intrighi, di perdizione e di malaffare, non ha più nulla a che vedere con la normalità del vivere e possiede una propria geometria del caos... Si aggira, fra i suoi vicoli e le sue chiese, un assassino seriale, uno che uccide giovani donne a frustate, una frusta con l’anima di ferro che sfonda praticamente il corpo della vittima. I delitti avvengono lì dove le bombe francesi cadono, e Rogelio Tizón, il capo della polizia che guida le indagini, si chiede quale sia il senso, l’identità del killer, il perché di quella ferocia...
Non basta: Cadice è anche la meta agognata del capitano d’artiglieria francese Desfosseux, l’obiettivo di tutti i suoi studi su come far funzionare al meglio gli obici a sua disposizione. Ed è la capitale dalla quale Gregorio Fumagal, tassidermista di professione e nemico dell’oscurantismo cattolico spagnolo, libera i suoi piccioni viaggiatori grazie ai quali comunica con l’esercito nemico...
Costruito a incastro, ricco come sempre di una padronanza della storia esemplare e di una precisione chirurgica nell’utilizzo del linguaggio tecnico (la traduzione di Roberta Bovaia è esemplare, ma sarebbe meglio abolire gli antichi francesismi di «babordo» e «tribordo» a favore degli italiani «sinistra» e «dritta» e dare al «boma» il maschile che gli compete) Il giocatore occulto (Marco Tropea editore, pagg. 638, euro 20) trascina il lettore fra amori, dolori, avventure e colpi di scena. Pochi romanzieri possiedono come Pérez-Reverte l’arte del racconto e la conoscenza amara della vita, il triste corteo delle occasioni perdute che accompagna gli eroi stanchi di questo scrittore senza speranze, ma ancora capace di illusioni.