Nell'inferno di Gettysburg il Sud perse ogni speranza

Fu uno scontro feroce nato quasi per caso. Dopo tre giorni di battaglia l'esercito confederato si ritirò. Inizio così l'inarrestabile trionfo nordista

Capitò quasi per caso. I reparti sudisti erano clamorosamente a corto di scarpe. Il loro geniale comandante in capo, il generale Lee voleva portare la guerra nei territori del Nord, oltre il Potomac. Aveva chiaro in testa che non c'era altro modo di alleggerire la pressione sulla stremata Virginia. Nel farlo però aveva dato, come al solito, mano libera ai suoi sottoposti, si arrangiassero per quanto riguardava i dettagli. A patto che non accettassero scontri di grande entità con il nemico senza averlo prima consultato. Nessuno pensò di consultarlo, quindi, sull'opportunità di andare a prendersi delle comode calzature accatastate nei depositi della città di Gettysburg. Certo, a Gettysburg erano stati avvistati dei cavalleggeri nordisti, ma si pensava fossero la milizia della Pennsylvania.
In realtà erano le forze del generale John Bufford. Cavalleria nordista attrezzata con ottime carabine a tiro rapido. Bufford non era un genio della guerra, ma un onesto tattico sì. Gli avevano detto di presidiare la zona e scelse i migliori capisaldi dei dintorni. Quando la mattina del primo luglio 1863 i sudisti attaccarono trovarono resistenza. Le truppe in grigio avanzavano costantemente ma a un prezzo altissimo. Era iniziata così la più devastante battaglia della Guerra di secessione americana, quella che ne avrebbe per molti versi decretato i destini e che oggi, in corrispondenza del centocinquantesimo anniversario, ci viene splendidamente raccontata da un saggio di Carl Smith (Gettysburg 1863, Libera editrice goriziana, pagg. 190, euro 20).

Lee sentendo tuonare il cannone accorse chiedendosi chi avesse accettato battaglia. Bufford si affretto a richiedere soccorso al suo comandante in capo, George Gordon Meade, che era appena subentrato in quel ruolo per volontà dello stesso Lincoln. Meade non mise in campo particolari arzigogoli strategici. Capì che Bufford aveva fatto bene ad inchiodare i sudisti e riversò sui capisaldi delle colline tutte le forze disponibili. Lee, dal canto suo, non potè che constatare che ormai le sue truppe erano troppo coinvolte per sganciarsi e basta. Il 2 luglio mise sotto pressione le difese nordiste con un attacco ai fianchi. Ma i nordisti non erano più quelli della prima Battaglia del Bull Run (quando travolgendo le inesperte giubbe blu i sudisti avevano «rischiato» di occupare Washington), aspettavano a pie' fermo, morivano sul posto, sfruttavano sino all'ultimo il vantaggio della posizione, del numero, del miglior armamento.
E forse anche i sudisti non erano più quelli di prima. Per carità, i soldati della confederazione, sotto le divise lacere, erano ancora delle meravigliose smilze macchine da guerra. Ma molti ufficiali esperti stavano ormai già ulteriormente ingrassando l'ubertosa terra del Sud. Tanto per fare un esempio: Lee non poteva più contare sul solido Thomas «Stonewall» Jackson che era stato ucciso per errore appena un mese prima proprio dalla fucileria di un reparto in grigio. Il molto meno disciplinato, per quanto aggressivo, generale Stuart rese la temibile cavalleria sudista latitante per buona parte dello scontro. Alla fine, al terzo giorno, Lee tentò il tutto per tutto. Lanciò, in un attacco frontale contro il centro nordista, le truppe fresche che gli rimanevano: a fare da «cuneo» i virginiani del generale George Edward Pickett. Attaccarono in 12mila, sotto un fuoco di fucileria infernale, tornarono sconfitti in soli 6mila.

A quel punto il destino del Sud era deciso. Il giorno dopo Lee si ritirò. La possibilità di minacciare il Nord sui suoi territori era sfumata. A Washington però molti generali in pantofole se la presero con Meade perché non inseguì subito il nemico. Ma come spiega bene il libro di Smith non c'era inseguimento possibile. I nordisti erano stremati quasi come i fuggitivi di Lee. In totale c'erano state più di 50mila vittime. Nelle fasi più concitate dello scontro la signora con la falce aveva mietuto soldati al ritmo di uno al secondo. La vittoria del Nord era una di quelle che non si festeggiano, semplicemente perché non si ha la forza di alzare le braccia verso il cielo. Lincoln lo capì meglio di tutti. Tenne un discorso a Gettysburg il novembre seguente, per inaugurare il cimitero militare, quando ormai iniziava a essere più chiaro che la «rivolta della spada e delle magnolie» poteva essere durissima da sconfiggere, ma era priva di speranza. Suonava così: «Noi ci siamo raccolti su di un gran campo di battaglia di questa guerra. Noi siamo venuti a destinare una parte di quel campo a luogo di ultimo riposo per coloro che qui dettero la loro vita, perché questa Nazione potesse vivere... perché l'idea di un governo del popolo, dal popolo, per il popolo, non abbia a perire dalla terra». Non menzionò mai né l'Unione né la Confederazione. Non distinse mai i morti del Sud da quelli del Nord. L'arte di unire due mondi ancora in guerra a partire dall'unica cosa che avevano in comune in quel momento. Un doloroso inestirpabile amore per la libertà, perseguita a costo dello sterminio dei propri uomini migliori.