Non sarà in Brasile, ma l'Atleta di Taranto gareggia sempre

Esposto a Pechino durante i giochi del 2008, è il simbolo dello sport mondiale

È stato l'atleta che più ha affascinato durante le Olimpiadi di Pechino, nell'agosto del 2008. Non “gareggerà” a Rio, ma la sua fama torna in auge con l'inaugurazione dei Giochi brasiliani, i primi in Sudamerica. Esposta una sua copia (realizzata con la tecnica del laser-scanner, ndr) nel museo di piazza Tienamen, è stato il simbolo delle scorse Olimpiadi.
Anche l'"Atleta di Taranto" gareggiava, in più discipline. Ma 2500 anni fa.


Si tratta dello scheletro di un uomo esposto al Museo Archeologico del capoluogo pugliese. La storia di questo sarcofago e i resti dell'atleta esposti al “Marta”, il Museo di Taranto, recentemente inaugurato nella sua nuova veste dal premier Renzi, ha attirato l'attenzione del presidente del Consiglio e del ministro dei beni culturali Dario Franceschini.


La “Tomba dell'atleta” fu scoperta il 9 dicembre 1959 a Taranto. Attraverso le decorazioni si scoprì la gloria sportiva dell'uomo che veniva indicato come una vera leggenda dell'epoca per aver vinto quattro Giochi panatenaici in una delle specialità più difficili e poliedriche, il pentathlon nella sua antica versione comprendete: corsa, salto in lungo, lancio del giavellotto, lancio del disco e lotta.


La sua struttura ossea, perfettamente intatta nel momento in cui fu ritrovato il corpo, ha permesso di risalire alla sua dieta alimentare, alla sua età e allo stile della sua acconciatura: si trattava di un uomo sui 30 anni circa, di complessione robusta, alto circa 170 cm (una statura eccezionale per l'epoca). Pesava 77 chilogrammi. Evidenti erano anche i segni della sua potenza prorpio nelle specialità appena citate: lancio del disco e del giavellotto, salto in lungo, corsa e lotta. I suoi capelli erano ricci e scuri come i suoi occhi.


Nella tomba di Taranto furono ritrovate quattro anfore panatenaiche, segno appunto che l'uomo partecipò ai giochi istituiti ad Atene dal tiranno Pisistrato nel 566 a. C.
Ai vincitori delle gare veniva consegnato in premio un'anfora contenente il pregiato olio tratto dagli oliveti sui quali Atene fondava gran parte della sua economia.


Le ricerche archeologiche e sul corpo hanno consentito di risalire alla sua dieta alimentare, costituita principalmente da cereali e frutta, ricca di carboidrati. Rispetto ai compagni e avversari di gara, l'atleta tarantino si avvaleva di una buona dose di fonti proteiche, come il pesce azzurro di piccola taglia: acciughe, sarde, sgombri; crostacei e ostriche, talvolta anche carne.

C'è un alone di mistero per quanto riguarda la sua morte. Ci sarebbero due ipotesi: secondo la prima, in quanto campione, ebbe presumibilmente pochi rivali nelle discipline sportive, ma avrebbe abusato del suo corpo cercando sempre più spesso la prestazione fino allo stremo delle forze e alla morte all'età di 35 anni. La seconda ipotesi narra di un possibile avvelenamento tramite arsenico, quando l'atleta aveva circa 27 anni. L'uomo sarebbe stato assassinato, molto probabilmente, per interesse sportivo. Altro che doping.