Panero il poeta dell'intimità che sfidò Neruda coi versi

Leopoldo Panero, nato ad Astorga nel 1909, e ivi morto nel 1962, è uno di quei poeti su cui è sceso un immeritato oblio. L'occasione di riscoprirne l'energia stilistica e spirituale è data ora al lettore italiano da questo Poesia dell'intimità (Edizioni Medusa, pagg. 96, euro 16,50) che Gabriele Morelli ha curato e tradotto con ottimi risultati.
Conoscevo Leopoldo Maria Panero, nato nel 1948, recentemente incluso, in una importante antologia edita da Gallimard, tra i migliori autori spagnoli viventi: scopro solo ora che si tratta del figlio, uomo dalla vita drammaticamente irregolare, tra alcol droga e carcere, ribelle al modello che il padre gli aveva offerto. Leopoldo Panero, con una moglie scrittrice, Felicidad Blanc, un fratello poeta, Juan, la cui morte precoce ebbe una incidenza decisiva sulla sua personalità, e tre figli, poeti anche loro, incentrò il suo mondo sulle memorie e i paesaggi familiari e su una tormentata ricerca di Dio. Dopo una primissima giovinezza in cui fu arrestato per la vicinanza al Soccorso Rosso, salvato per intercessione di Unamuno e della stessa moglie di Francisco Franco, aderì in seguito alla Falange franchista. Per molti, questo diventò una colpa inespiabile.
Amico di Neruda, se ne allontanò e più tardi contrappose al Canto generale del cileno il suo Canto personale, rivendicando per la poesia un ruolo più intimo, senza apparente interesse per la società e la storia. A leggerla oggi, la poesia di Panero, che è vicina per intensità lirica a quella di Machado e di Cernuda, affascina proprio per la sua atemporalità, per il suo affrontare tematiche eterne, l'amore, la morte, la terra, il paesaggio, il sacro, finendo per risultare più contemporanea e necessaria di quella di altri che cedettero a sirene ideologiche tragicamente tramontate. In poesie come Al centro del giorno, Ti amo, Cantico, il sentimento d'amore si esprime in un'onda di immagini, di similitudini, di metafore, in cui la carne si fa spirito: «la tua carne possiede il bel colore del pane e della lacrima/ e il tuo corpo è sacro come la nube solitaria sorpresa dall'aurora», o, «la tua pelle ha il colore d'ombra della colomba».
Poesie sono dedicate a Juan, il fratello, «mio compagno e ancora più;/ a te così dolce e vicino;/a te per sempre e mai più», e alle sorelle, con accenti di affetto e dolore, tutti intrisi di ansia metafisica.La ricerca poetica, in Panero, prende i sentieri della ricerca di Dio, descrivendo il creato, onde e pinete, spiagge e montagne, e i moti del cuore, tra veri e propri slanci mistici.
Scriveva Dámaso Alonso: «Tutta la poesia (direttamente o indirettamente) cerca Dio». Panero invera questa affermazione. In La stanza vuota, un poemetto che travolge con la sua straordinaria potenza di immagini e di musica, al massimo della tensione autobiografica e lirica, sboccia l'invocazione al Signore, la confessione, la preghiera, il dubbio («E Tu mi ascolterai?»), la certezza.
Da una ribadita condizione esistenziale di isolamento, «Sono solo, Signore, sulla riva/luminosa del dolore», «Sono solo, Signore./ Nella vana/ bellezza terrena», si passa, attraverso amore e innocenza, allo stato contrario, alla sicurezza estatica di aver sconfitto la solitudine, all'unica pienezza di vita possibile, quella di un Dio che si scopre «dovunque, ricco di luna,/ di brezza, di tenerezza e di tristezza». Una delle più belle poesie del libro è Epitaffio: un'iscrizione tombale che Panero scrive per se stesso: «È morto/ crivellato dai baci dei suoi figli», un uomo «che amò molto/ bevve molto, ed ora,/ gli occhi bendati,/ attende la resurrezione della carne/ qui, sotto questa pietra».