Piccirillo, la Storia salvata dai «ragazzini»

La donna è stata rinchiusa in una gabbia, sorvegliata a vista da due oche pronte a dare l'allarme se provasse a evadere. Un giorno, attratte dall'esca di alcune lumache raccolte dalla prigioniera e opportunamente dilaniate con le unghie, le oche tendono il collo oltre la rete. Per loro è la fine: con un gesto rapido la donna spezza loro il collo; poi fugge nelle terre di un sacerdote spretato, don Agapito. «Agapito» è nome parlante che evoca un amore fatto di carità, di agape: il tipo di affetto che si ritiene Dio indirizzi all'umanità. Si chiamava «Agapito» anche l'indimenticabile ospizio al centro del capolavoro di Giancarlo Buzzi, Dell'amore.
Ma qui, con queste oche e questa gabbia, dove siamo precipitati, esattamente? In un medioevo barbarico, si dirà. Niente di tutto ciò: la fuga della donna viene tempestivamente comunicata con un Iphone, la caccia che ne seguirà sarà condotta grazie all'aiuto di un navigatore satellitare. Nonostante l'atmosfera vagamente longobarda, siamo nel Molise d'oggi. La fuggitiva è un'ucraina che per affrancarsi da chi l'ha condotta in Italia dovrà partorire quattro volte. I neonati saranno venduti, o uccisi per venderne gli organi. Quanto a don Agapito, il nuovo custode, è ormai solo un contadino con un passato atroce.
La terra del sacerdote di Paolo Piccirillo (Neri Pozza, pagg. 232, euro 16,50) non è un romanzo storico; semmai, il tentativo di raccontare l'avvenuto sgretolamento della Storia, plateau allucinante cosparso di edifici appartenenti a epoche diverse, di rovine eterogenee che contendono lo spazio agli ultimi ritrovati della tecnica.
Attenzione, perché forse siamo di fronte a una nuova corrente letteraria. Piccirillo suona magistralmente la stessa «musica» di Laura Pugno o di Viola Di Grado, due casi letterari delle ultime stagioni. Si tratta di autori che intrecciano, ognuno a modo suo, le stesse cose: un simbolismo lugubre (sacchi di cemento, radici morte, liquami); un paesaggio senza punti di riferimento fatto di «terreni vaghi», inferi, ultraterreni; e delle pulsioni in linea di massima inservibili, incompatibili con qualsivoglia società «normale». Sono opere significative, e fatta la tara dei gusti personali, di grande valore. Però, stante la celebrata capacità dell'arte di essere una profezia del presente, dovrebbero anche preoccuparci. Il mondo prospettato dalla nuova narrativa italiana non è rallegrante.