"La poesia è bella o brutta né morale né immorale"

Nel 1882 il poeta e scrittore soggiorna negli Stati Uniti. E si concede volentieri ai giornali. Ecco un suo dialogo, fra etica ed estetica

Un anno intero, da inizio gennaio a fine dicembre. Il 1882 è l'«anno americano» di Oscar Wilde. Viaggi, polemiche, interviste, incontri pubblici. Il poeta e scrittore trova un mondo agli antipodi del suo. Ma è sempre se stesso, scandalosamente pacato, eccentricamente normale. Per gentile concessione dell'editore Lindau, in questa pagina proponiamo (con piccoli interventi editoriali) una delle Interviste americane da lui concesse in quei mesi, finora inedite in italiano (pagg. 278, euro 23, a cura di Edoardo Rialti). In coda al volume, il suo breve scritto Impressioni americane : un bilancio in chiaroscuro.

È qui da abbastanza tempo per essersi fatto un'idea del nostro Paese e della sua gente, vero?

«Ebbene, questo Paese è troppo grande per poterlo liquidare con un solo giudizio. In realtà non ne esiste uno che sia valido anche solo per due regioni. Trovo che tra città e città ci siano gradi diversi, ma anche tipi diversi di evoluzione. Non escludo che in futuro potrei esporre le mie osservazioni a riguardo».

Sul serio? Pensa di scrivere un libro su di noi?

«La natura umana può essere temprata fino a raggiungere qualunque grado di resistenza. Potrei arrivare persino a scrivere un libro che i miei nemici potrebbero leggere, e poi criticare».

Se non è ancora pronto a esprimere un giudizio riguardo gli Stati dell'Est, allora non potrà dire nulla di questo Stato.

«Di questo Stato sicuramente no, ma devo dire che dopo aver attraversato terre desolate e dopo le nevi eterne delle montagne, sono stato molto felice di trovare l'armonia di colori che la Natura ha dipinto sui fianchi delle colline californiane e sulle pianure che abbiamo attraversato oggi».

I californiani sono abituati ai complimenti.

«Certo, e ho anche un altro commento positivo su questo Stato: riguarda i nomi delle sue città. In uno Stato mi sono fermato in un posto chiamato Griggsville. Ora, non lo trovate anche voi osceno? Passi Griggtown, o Griggs, ma Griggsville! Qui avete dei nomi bellissimi».

Ma deve ancora visitare le province montane: lì troverà Murder's Gulch, Hangtown...

«Nulla rispetto a Griggsville. In fondo sono appropriati. Quantomeno comunicano un'idea, un'associazione, un...».

Qual è la sua personale definizione di rinascimento inglese dell'arte, Mr Wilde, visto che siamo stati molto fuorviati dagli autori satirici?

«Sì, la satira ha reso il solito omaggio che la mediocrità rende al genio, impedendo al pubblico di vedere ciò che è mirabilmente bello».

Allora gli autori satirici non hanno seguito abbastanza questo soggetto per darne una definizione?

«Non solo quelli che ne hanno scritto, ma anche quelli che non lo hanno sostenuto, ignorano del tutto il lavoro che i seguaci di Morris, Rossetti, Burne-Jones, Swinburne e Keats hanno intrapreso. Non sapere nulla di questi grandi uomini è una delle prerogative essenziali dell'educazione inglese, e dissentire con i tre quarti dell'Inghilterra è uno degli indici più importanti di buonsenso, una fonte di grande consolazione nel momento del dubbio spirituale».

Ma dopo tutto quello che abbiamo ascoltato, la sua interpretazione del rinascimento artistico sarà accolta molto meglio.

«Beh, il rinascimento inglese è stato descritto come un mero ritorno alle forme greche del pensiero e, ancora, al sentimento medievale. Direi piuttosto che a queste espressioni dell'intelligenza umana ha aggiunto tutto il valore artistico che la complessità e l'esperienza della vita moderna possono conferire. È dall'unione dell'ellenismo nella sua ampiezza, nella sua varietà di obiettivi e nel suo pacato possesso della realtà, con l'incertezza, l'individualismo intensificato e l'espressività ardente dello spirito romantico che ha potuto scaturire dal XIX secolo in Inghilterra, come dalle nozze di Faust con Elena di Troia è nata la bella Eufonia. L'amore moderno per il paesaggio deriva dal Rousseau pittore ed è con Keats che si fa iniziare il rinascimento artistico inglese. È stato il precursore della scuola preraffaellita».

A proposito dei preraffaelliti, ci dica qualcosa di loro.

«Se chiedesse al pubblico inglese cosa s'intende con “estetico”, il novanta per cento risponderebbe che è una parola francese che significa “affetto”, o una parola tedesca che significa “piedistallo”. A proposito dei preraffaelliti, glieli descriveranno come un eccentrico gruppetto di giovani che, per effetto di una specie di deformità divina e di santa goffaggine, sta disegnando tutti i più importanti oggetti d'arte».

Sì, ma ritorniamo ai preraffaelliti?

«Nel 1847, a Londra, alcuni giovani ammiratori di Keats hanno deciso di incontrarsi regolarmente per parlare d'arte. Erano tutti decisi a rivoluzionare la poesia e la pittura. In Inghilterra ciò equivaleva a perdere i diritti civili. Quei giovani avevano ciò che il pubblico inglese non perdona: gioventù, potere ed entusiasmo. Si facevano chiamare preraffaelliti perché, in opposizione ai superficiali blocchi dell'arte di Raffaello, ritenevano di aver elaborato un realismo creativo più forte, un realismo tecnico più accurato e un'individualità più intensa. Ma soprattutto era un ritorno alla natura».

La sua spiegazione differisce radicalmente dal ritratto umoristico che ne ha fatto Gilbert.

«Ma non deve giudicare l'estetismo dalle satire di Mr Gilbert, così come non giudicherebbe mai la forza e lo splendore del sole o del mare dalle particelle che si intravedono nel fascio di luce del primo o nella schiuma sopra le onde. Non considerate i vostri critici come giudici supremi dell'arte, perché gli artisti, come le divinità greche, si rivelano solo fra di loro».

È vero che qui ha trovato dei critici spietati?

«Certe cose sono inevitabili, come una giornata di pioggia. Ma come una giornata di pioggia, le accetto come spiacevoli, ma non mi rendono triste, se non vi presto troppa attenzione».

Qual è l'obiezione più frequente dei nostri critici?

«Beh, credo che a ricevere più critiche siano stati alcuni dei miei versi, per la loro immoralità, come ha scritto un certo Higginson. Insistono a parlare di senso morale, o di una supervisione morale sulla letteratura. In realtà non si dovrebbe mai parlare di poesia morale o immorale. Le poesie sono scritte bene o scritte male. Punto».

Mr Wilde, c'è un punto che sono certo potrà spiegarci, soddisfacendo così la curiosità di milioni di lettori del Call , ovvero, il motivo per cui due fiori in particolare sono stati associati al movimento estetico in Inghilterra. Si dice persino, spero a torto, che siano diventati il cibo di alcuni giovani esteti.

«Mi lasci subito dire che la ragione per cui amiamo il giglio e il girasole, diversamente da quanto Mr Gilbert racconta, non ha nulla a che vedere con una moda vegetariana. In Inghilterra questi due fiori vengono considerati modelli perfetti di disegno, quelli che si prestano meglio alle necessità dell'arte decorativa: con sfarzosa bellezza leonina da un lato, e la grazia raffinata dall'altro, offrono all'artista il piacere più grande e completo».

* Dal San Francisco Morning Call del 27 marzo 1882