La polemica Dopo l’articolo di Veneziani

Caro direttore, davvero la crisi ha bisogno di un «grande pensatore» per illuminarci la strada? La crisi attuale è stata tutto fuorché «imprevedibile». In Italia il debito pubblico era il 121% del PIL nel 1994. Ha avuto, in questi anni, un andamento a «u»: ciò non toglie che il problema fosse chiaramente presente, sin dall’inizio della «transizione italiana». I debiti pubblici in altri Paesi sono impazziti dopo la crisi, e il conseguente intervento degli Stati a sostegno del settore bancario. E tuttavia, alcuni fattori di lungo periodo della situazione in cui ci troviamo - in particolare, gli effetti destabilizzanti sullo Stato sociale delle dinamiche demografiche - sono stati sviscerati da tempo. Né si può dire che siano mancate analisi appropriate della crisi finanziaria innescatasi nel 2007. Studiosi di vaglia si sono dedicati a esaminarne le diverse concause (si pensi solo a Rogoff-Reinhart, Vernon Smith, John Taylor, Jeffrey Friedman). Più in generale, tutto si può dire del momento attuale ma non che metta in crisi il paradigma "liberista". L’esser venuti meno alle regole che quel paradigma prescrive in tema di gestione della politica monetaria, aver acrobaticamente «superato» il principio basilare del capitalismo («chi rompe paga») per quanto riguarda i grandi intermediari finanziari, aver influenzato politicamente la gestione del credito: queste tre concause della crisi dei subprime testimoniano quanto poco essa debba ad un preteso eccesso di libero mercato.
Oggi assistiamo al fallimento dello Stato interventista europeo. Una volta privato della possibilità di risolvere i propri problemi attraverso l’inflazione (la più subdola e iniqua delle tasse), è diventato chiaro che lo Stato sociale si poteva reggere soltanto grazie all’inflazione e al debito. Il costo della pletora di benefici che esso distribuisce, così che ognuno possa sentire il brivido di vivere (almeno un pochino) alle spalle degli altri, è ora strutturalmente insostenibile. La vendetta della legge di gravità doveva arrivare - e sarà dolorosa.
Abbiamo bisogno di grandi pensatori per indicarci la via? Vorrei credere che, come suggerisce Veneziani, la macchina del pensiero si sia inceppata per motivi contingenti, come ad esempio una crisi che nessuno sa interpretare. Sarebbe rassicurante. Mi sembra invece c’entrino altre ragioni: per esempio, la specializzazione delle conoscenze che, per come è praticata nelle università contemporanee, forma eccellenti specialisti ma penalizza chi voglia dipingere vedute troppo vaste (ammesso e non concesso che un Hobbes o uno Hume possa venir «sfornato» da un qualsiasi sistema educativo). Tuttavia, non servono nuove guide intellettuali per comprendere il momento storico in cui ci troviamo. Basta un po’ di realismo politico. La natura umana è sempre la stessa, «se fossimo governati da angeli non ci sarebbe bisogno né di controlli interni né di controlli esterni sul potere politico». Una classe politica avida di consenso ha promesso tutto ciò che poteva. L’espansione del ruolo dello Stato è la moneta con cui si è comprata la lealtà dei gruppi d’interessi. Ora abbiamo raggiunto una sorta di limite endogeno dello statalismo. La crisi internazionale ha accelerato l’insofferenza dei nostri creditori, ma il malessere è più antico. Più che l'assenza di un Grande Pensatore, manca una cultura della libertà meglio digerita e più diffusa. Le crisi, per le idee politiche, sono il banco di prova per antonomasia. Il fatto che la nostra leadership sia composta in buona parte da persone che non hanno mai rinunciato all’idolatria dello Stato è poco rassicurante. Se la loro cultura è inadeguata alla sfida epocale di ridurre l’interventismo pubblico, e se la società non è in grado di costringerli a un tale passo, rischiamo di uscire dalla crisi con qualche camuffamento ideologico. E le ossa rotte.
http://www.twitter.com/amingardi