La potenza del colore, dagli stracci ai grattacieli

Una monografica dell'artista che ha dipinto le torri di Mosca (che espone accanto a maestri come Guido Reni e Magnasco) 

Mario Arlati fa esplodere i suoi colori in una banca. E allora accade che entri alle Generali di piazza Sant'Alessandro, nel cuore di Milano, e rimani stordito dalla Potenza del colore dell'artista milanese. Titolo appropriato, quello della mostra appena inaugurata alla Banca Generali Private Banking, che produce la monografica insieme alle gallerie Contini e Giorgio Baratti per la curatela di Elisabetta Longari.
Passo indietro necessario: Mario Arlati non è un pittore tradizionale. Milanese, classe 1947, formazione rigorosa alla scuola d'arte del Castello Sforzesco, negli anni Settanta spariglia le carte: cerca una luce meno lattiginosa di quella meneghina, la trova a Ibiza dove tuttora risiede per parecchi mesi l'anno. 

La potente luce delle Baleari e l'influenza della scuola spagnola cambiano profondamente la tavolozza di Arlati: dal figurativo degli inizi passa all'informale e poi alla pittura materica degli ultimi anni. Approda, e non è un modo di dire, a una pittura da Guinness dei primati: tra i suoi lavori più recenti figura infatti lo spettacolare progetto di coloritura del complesso residenziale Pavshino Living Art Towers, nella periferia di Mosca. Lo skyline progettato dallo studio di Dante Benini - quattro grattacieli di 45 piani ciascuno - viene dipinto da Arlati e le torri, con i loro 45mila metri quadri di colore, sono diventate l'opera pittorica più grande al mondo.


In mostra a Milano (fino al 12 settembre, visita libera il giovedì dalle 15 alle 18 per il mese di giugno, poi il martedì, il mercoledì e il giovedì solo su appuntamento receptionprivatemi@bancagenerali.it, catalogo Peruzzo editore) troviamo ventisette lavori del maestro realizzati dagli anni Settanta a oggi: varie le dimensioni e i materiali in questo «sogno cromatico» che si realizza con monocromi di blu acceso, in dipinti pieni di ori e di luce e nei celebri trapos, che nascono dalla caduta incidentale (se tale si può definire) del colore sugli stracci d'atelier trasformando i tessuti in opere d'arte di inaspettato fascino.

È vero, la mostra è ospitata nella composta sede di una banca - che per l'occasione apre le porte a un artista contemporaneo «che colpisce gli animi per il suo dinamismo e carica emotiva», come ha detto Piermario Motta, amministratore delegato di Banca Generali - ma non aspettatevi un allestimento tradizionale: Elisabetta Longari, docente a Brera, ha voluto accostare i lavori di Arlati a opere storiche di Guido Reni, di Magnasco, di Crosato, in un percorso sul ruolo del colore che procede per suggestioni. È l'energia della tavolozza degli artisti di epoche così diverse a guidare il visitatore alla scoperta di gialli squillanti, di rossi sanguigni, di blu elettrici e dei loro accostamenti mai banali.

Contagiosa è la forza che passa dalle tele di Arlati, così diversa dalla maggior parte dell'arte contemporanea in circolazione, troppo spesso rinunciataria al colore: la sua è invece una pittura spericolata, densa, giocosa. Come la definisce Longari, è «atipica»: «Il colore sembra fiorire, sgorgare fluido per poi rapprendersi fino a screpolarsi», spiega. Mario Arlati pare costringerci a toccare le sue opere e sembra voler superare ogni volta i confini convenzionali del pitturabile: negli stracci così come nel progetto per i grattacieli di Mosca il suo colore brama sempre la terza dimensione.