"Il primo amore è un brivido che dura per tutta la vita"

Esce il romanzo di David Nicholls "Un dolore così dolce", tratto da Shakespeare. Con umorismo british...

David Nicholls è appena tornato dall'Australia, ha fatto una tappa (breve) a casa sua, in Inghilterra, ed è subito ripartito per l'Italia, oggi a Vicenza per il Premio Neri Pozza, domani a Mantova per il Festivaletteratura. È in giro a presentare il suo nuovo romanzo, dopo i successi di Le domande di Brian, Un giorno (diventato un film con Anne Hathaway) e Noi; oltre alle numerose sceneggiature, l'ultima delle quali, quella di Patrick Melrose, dal capolavoro di Edward St. Aubyn, gli è valsa una nomination agli Emmy. Il romanzo si intitola Un dolore così dolce (Neri Pozza) ed è la storia di Charlie e della sua estate del '97, quella dei sedici anni: Charlie ha finito la scuola ma non vuole iscriversi all'università, fa dei lavoretti perché è senza soldi (il padre è depresso, disoccupato ed è stato mollato dalla madre) e, soprattutto, non sa che fare, si sente né carne né pesce, di sicuro non felice. E invece... Il destino gli viene incontro nei panni della bella Fran e della «cooperativa del Bardo», un gruppo teatrale che vuole mettere in scena Romeo e Giulietta. Il titolo è, appunto, una citazione da Shakespeare.

Perché un romanzo sul primo amore?

«L'ultimo era sul matrimonio e le difficoltà di una relazione lunga; ora volevo scrivere del brivido e dell'eccitazione di chi si innamora per la prima volta».

E perché proprio il 1997?

«Volevo che il protagonista potesse guardarsi indietro, con la saggezza e l'esperienza della maturità. Il 1997 è stato un anno memorabile in Gran Bretagna: la morte di Lady Diana, e poi il New Labour, la sensazione di fiducia e di entusiasmo culturale, un senso di cambiamento che, credo, ricordi chiunque della mia generazione».

Quanti anni aveva?

«Trentuno. Ho anche incontrato la mia compagna, quell'anno».

Scrive che il primo amore «è come una canzone, una stupida canzoncina... Ma quando la senti per radio, be' è ancora una bella canzone».

«Credo che, quando uno ripensa al primo amore, possa provare una sorta di imbarazzo affettuoso: un senso di sé come di una persona diversa, che faceva un sacco di errori e diceva cose sbagliate; però uno gli è affezionato, come a una bella canzone, nonostante tutte le esperienze successive, di amori ben più complicati. A posteriori è fonte di commedia, perché uno si dice: mio Dio, dovevo essere pazzo. Quella follia, quell'amore sono qualcosa che esiste in un particolare momento del tempo, brucia velocemente, e poi si estingue».

Intorno a Charlie, tutti sembrano molto sicuri e determinati. Lui è un sedicenne smarrito, che poi è l'esperienza di quasi tutti...

«Di sicuro è stata la mia. Molti altri ragazzi sembrano sapere quello che vogliono diventare, quale università frequentare, quale carriera perseguire, e sembrano anche avere gusti molto precisi, per esempio nella moda, o nella musica, e passioni definite. Charlie no: è incerto sui suoi gusti, su quello che vuole essere e quello che vuole fare, anche a causa della sua situazione in famiglia. Ha paura».

E poi?

«Poi cambia, grazie a Fran e alle persone che incontra mettendo in scena Romeo e Giulietta».

Perché Shakespeare ha un ruolo così importante?

«L'ho sempre amato, anche a scuola, ma molti studenti ne sono intimiditi. L'avventura di Charlie consiste proprio nel comprenderlo, e nel capire che è qualcosa con cui può entrare in relazione. All'inizio avevo pensato al Sogno di una notte di mezza estate, poi però ho scelto Romeo e Giulietta, perché è l'opera del primo amore, dell'amore della giovinezza e della follia».

Shakespeare cambia la vita?

«Charlie è contagiato dallo spirito dell'opera: all'inizio pensa sia insensato e incomprensibile ma poi, grazie a Fran, lo fa suo».

Lei stesso è stato un attore: perciò racconta così nei particolari l'esperienza della «cooperativa del Bardo»?

«Sì, ho lavorato al National Theatre per quattro anni e ho messo in scena opere per quindici anni. Ho amato moltissimo quell'esperienza e le persone che ho incontrato, ma non sono mai stato veramente bravo. Ho lavorato con attori straordinari come Judi Dench, ma non sono mai uscito dall'ombra. Così ho smesso, nel 1997».

Come mai?

«Dovevo scegliere tra seguire la Shakespeare Company in un tour di due anni, con delle particine, oppure diventare lettore di sceneggiature per la Bbc. Ho scelto la seconda e si è rivelata una buona decisione».

Le manca il teatro?

«Non ci vado spesso, forse anche per una forma di gelosia... Mi manca l'allestimento di un'opera, un'esperienza veramente affascinante, di grande collaborazione e cameratismo».

È una storia a ritmo di canzoni, il papà di Charlie è un ex musicista e venditore di dischi. Come mai tanta musica?

«La musica è come un diario, ti racconta quello che stavi facendo in un particolare momento di un giorno o di un'epoca, in modo immediato: ti dà subito l'atmosfera, la sensazione che vuoi trasmettere».

C'è una colonna sonora nel romanzo?

«Sì, quanto meno nella mia testa, e parte da una canzone dei Pulp, David's Last Summer: è come una poesia sulla fine dell'estate, che ho sempre amato. Fin dall'inizio mi è sembrata quella la sensazione che avrei voluto comunicare, di gioia e di angoscia insieme».

L'umorismo è sempre al centro dei suoi romanzi.

«Quella della commedia è una voce naturale per me, ma mi piace che sia legata anche ai lati più oscuri».

Le mancano quegli anni?

«Il '97? No. Non sono nostalgico, sto bene nel presente, anche se oggi il Regno Unito è assai disunito, mentre allora era culturalmente molto eccitante, un Paese pieno di fiducia. Ma per me quelli furono anni problematici, ero spesso senza lavoro, non sapevo che cosa fare».

E le mancano i suoi 16 anni?

«Assolutamente no. Non mi è successo niente di così romantico come a Charlie. Sono stati anni spenti, noiosi, brutti e tristi. Non mi mancano affatto».