Profetico sulla crisi della modernità. E per questo rifiutatoL'antologia di scritti sparsi edita da Bietti

S crisse parecchio Guido Morselli, anche se l'editoria italiana se ne accorse troppo tardi, dopo il suicidio del 1973. Post mortem Adelphi decise di portare in libreria i suoi capolavori, le sue visioni: una Roma senza papa perché si è trasferito a Zagarolo mentre la chiesa si è data alla psicanalisi, una prima guerra mondiale che si conclude con la più sana vittoria degli imperi centrali, il monologo allucinato dell'ultimo uomo rimasto sulla terra dopo la scomparsa dei suoi simili. Ma se i grandi editori non diedero troppo credito al romanziere, Morselli ebbe modo di mettere la sua penna al servizio del giornalismo. Non per le grandi testate (ad eccezione de Il Tempo), ma per quelle di Varese. Quegli interventi sono stati raccolti da Alessandro Gaudio e Linda Terzioli in Una rivolta e altri scritti (1932-1966), edito da Bietti (pag. 340, euro 24). Si tratta di articoli, piccoli saggi, recensioni, «lettere al direttore» che fanno luce su uno degli aspetti centrali della poetica di Morselli. È la sua vocazione antimoderna che appare più evidente: difende la sua Varese da cementificazione ed industrializzazione incontrollata (anni prima di Pasolini), ironizza sulle magnifiche sorti del comunismo, manifesta un'ansia di rinnovamento cristiano lontano dai facili progressismi post-conciliari. Ma quando il talento visionario ed umoristico si sposa con la critica della civiltà moderna arrivano le pagine migliori. Un racconto del 1949 (scritto un anno dopo il capolavoro di Orwell, 1984, a dimostrare il respiro internazionale del nostro), intitolato Una rivolta (ne pubblichiamo qualche estratto), immagina un futuro in cui le macchine si ribellano agli uomini. Questi ultimi scoprono così di non essere i padroni della tecnologia, ma gli schiavi inconsapevoli.