«Il punto» esatto dove nascono racconti geniali

La nuova raccolta di David Means, Il punto (Einaudi, pagg. 194, euro 16) è l'ultima tappa di un percorso di devozione alla forma racconto, ritenuta la più adatta a esplorare quel piccolo, eterno momento in cui si rivela la verità di un personaggio, di una storia, di un luogo. In questo senso la scelta del titolo ha il significato di una dichiarazione di fedeltà a una poetica e a una tecnica narrativa già consolidate nelle raccolte precedenti (Episodi incendiari assortiti, minimumfax, 2003, e Il pesce rosso segreto, Einaudi, 2006) e qui portate a piena maturazione.
Nessuna delle 13 short stories ha un andamento lineare. Che racconti di una rapina in una piccola città devastata dalla Depressione, o di un adulterio nell'Upper West Side, o della fine bizzarra e inspiegabile di un uomo incenerito in un caso di autocombustione spontanea, la scrittura di Means, dai periodi fluidi, articolati, fitti di incisi (bravissima la traduttrice Silvia Pareschi a renderla in italiano), si sposta tra passato e presente con totale naturalezza e nessuna preoccupazione per le convenzioni del naturalismo in materia di tempo. Forse è significativo che l'acqua (quella dell'Hudson, del lago Michigan, delle cascate del Niagara o di altri più anonimi fiumi che scorrono tra Ohio e Pennsylvania) compaia tanto spesso in queste pagine: come onde concentriche, azioni ricordi e pensieri hanno origine dal «punto» e di lì si propagano, si succedono, si sovrappongono in libertà costruendo una narrazione apparentemente destrutturata, liquida, dall'andamento imprevedibile, il cui esito è però sempre quello auspicato dal lettore: una storia in cui tutto è tenuto da una tensione segreta tanto più efficace in quanto realizzata con mezzi non convenzionali.
I personaggi sono piccoli criminali, rapinatori, uomini comuni, sfruttatori, prostitute, spesso esseri senza volto. Emblematico il protagonista del primo racconto, I colpi, un uomo di cui non sappiamo nulla se non che i rumori provenienti dal soffitto con persecutoria insistenza distruggono un silenzio che per lui è solitudine e rimpianto ma anche ricordo, privandolo persino della memoria della felicità passata. Ci si muove sullo sfondo di un'America post-industriale che pare sopravvissuta a una catastrofe silenziosa: cittadine spopolate, fiumi inquinati da industrie ormai in via di abbandono, strade desuete, persino a Manhattan la vita sembra rallentata e ridotta ai rumori del traffico attutiti oltre i vetri, molti piani più in basso. Means non si cura del comandamento realista dello sfondo sociale. I suoi personaggi nascono spesso come pure voci e prendono forma in una successione di lampi che illuminano brevi momenti delle loro esistenze. A noi il compito di ricavarne un quadro generale, pur sapendo che mai sarà possibile eliminare tutte le zone d'ombra. Ma proprio questo è il pregio principale di una scrittura che sa essere minuziosa senza esaudire il desiderio del lettore di saperne di più. E quel residuo di ignoto che c'è in ogni storia, una volta richiuso il libro, continua a vibrare come un diapason.