Quando Fitzgerald scriveva per sport

Football, equitazione, golf e altro: ecco i racconti dedicati alle discipline amate e praticate dallo scrittore

La nascita di Francis Scott Fitzgerald coincise con la fine del West americano. Non c'erano più frontiere interne da conquistare e di lì a poco gli Stati Uniti avrebbero cominciato a flettere i muscoli nel conflitto ispano-americano, prova generale di una vocazione imperiale che la tardiva partecipazione alla Prima guerra mondiale avrebbe ribadito, sia pure fra cauti e moralistici distinguo.

«Vocazione imperiale» è una definizione impropria: come noterà André Malraux mezzo secolo dopo, quando cioè il Novecento era divenuto di fatto «il secolo americano» e la bilancia delle decisioni aveva lasciato l'Europa per insediarsi oltreoceano, gli Stati Uniti rispecchiavano «la strana condizione di un Paese divenuto il più potente della sua epoca senza averlo davvero cercato. Più o meno, volevano vendere macchine per cucire. Le hanno vendute. Con molte altre cose. Sono probabilmente un caso unico nella storia». Non derivava insomma da un disegno, ma da un peso, un imperialismo senza un imperium , per dirla semplicemente.

Nel 1913, quando il diciassettenne Francis entrò a Princeton, uno degli atenei dove si preparava la futura classe dirigente, l'eco di quel primo conflitto si era come cristallizzato e insieme raffinato. Per dar vita al corpo dei volontari, i Rough Riders, che avrebbero strappato Cuba alla Spagna, il presidente Theodore Roosevelt era andato a pescare fra i cowboys dell'Ovest e i giocatori di football delle università della costa dell'Est, simboli di quella mascolinità primitiva e coraggiosa che ai suoi occhi incarnava il nuovo status dell'America: una nazione giovane e impetuosa decisa a indossare le vesti del conquistatore. La spinta modernizzatrice del Paese si era poi lasciata alle spalle i primi, ma intorno ai secondi era andata costruendo una vera e propria mitologia. Nel 1905 una commissione voluta dallo stesso Roosevelt aveva ripulito quel gioco dall'eccesso di brutalità e violenza che aveva rischiato di farlo bandire dai campus, esaltandone però gli elementi fondanti: coraggio e prestanza fisica, intelligenza tattica e voglia di vittoria. Chi lo praticava faceva parte di un'aristocrazia, metteva in scena un'epica e insieme l'eroismo giovane di un campo di battaglia in tempo di pace, i giocatori vestiti come gladiatori del XX secolo.

Di quella aristocrazia, il giovane Fitzgerald sognò naturalmente di fare parte e fra medie e liceo ebbe qualche trionfo e qualche umiliazione, ma a Princeton capì che l'imbuto della selezione diveniva per lui tropo stretto: era veloce, ma non così veloce, robusto, ma non così robusto, coraggioso, ma fino a un certo punto. Al terzo allenamento, fu messo a bordo campo e non vi rientrò più. Rimase la passione, ma era fuori dal gioco. Far parte degli esclusi gli insegnò l'arte di giocare da soli, arrivare in meta per altre vie e a dispetto di tutto e di tutti.

Fuori dai giochi (66Thand2nd editore, pagg. 344, euro 20, a cura di Sara Antonelli e Leonardo G. Luccone, traduzione di Roberto Serrai) raccoglie, come indica il sottotitolo, «I racconti della grazia, dell'agonismo e del corpo» che Fitzgerald scrisse nel corso della sua carriera: football, equitazione e golf, nuoto e ginnastica. Non c'è il baseball, non ci sono la boxe e il tennis, che pure negli Stati Uniti erano popolari, e nemmeno il ciclismo, che nell'Europa degli anni Venti da lui frequentata andava per la maggiore. Eccezion fatta per il primo e per il tennis, comunque praticato, si tratta di assenze che non hanno solo a che fare con gusti e attitudini. Come scrittore Fitzgerald aveva l'ambizione di far emergere dalle sue storie sportive lo spirito americano, il ritratto di una società e delle leggi che la regolavano. Era nei college e nelle università che l'uno e l'altra si formavano e lì le discipline sportive avevano una loro gerarchica ragion d'essere, lo spirito di squadra che esaltava il valore del singolo, l'appartenenza scolastica che in qualche modo indirizzava le scelte agonistiche e dove borse di studio, successi sportivi, privilegi di censo, cooptazioni in base al merito davano vita alla variante americana, se così si può dire, della lotta di classe.

Pochi romanzieri hanno esaltato come Fitzgerlad la bellezza della giovinezza, non inglobando il primo termine nel secondo, ma ritagliando in quest'ultimo uno spazio estetico a parte come la sua vera ragion d'essere. I suoi eroi non sono belli perché sono giovani, sono giovani proprio perché sono belli, la seducente grazia del corpo e della mente prima che la vita ispessisca il primo e indurisca la seconda. È un privilegio e insieme una condanna, perché «più sono affascinanti, più sarà difficile per loro, così sbilanciati verso la gioventù che qualsiasi cosa avrebbero realizzato dopo sarebbe stata per forza un anticlimax: ragazzi cresciuti come principi senza nessuna delle responsabilità dei principi». Sfila nei suoi racconti «un fregio di giovani greci dai corpi aggraziati, pronti per la vita», ma è proprio la vita a tradirli, a non essere all'altezza: al confronto di ciò che sono stati per un attimo che loro hanno creduto eterno, «tutto dopo sembra una parabola discendente».

Nella bellissima postfazione che Sara Antonelli mette a conclusione di Fuori dai giochi , c'è una citazione di Fitzgerald che amplia quanto appena detto: «Agilità (vitalità) significa compiacere le persone che non dovresti compiacere e che non puoi raggiungere». È inutile, insomma, cercare di fermare il tempo quando il tempo è già passato. Meglio sarebbe una vitalità che si dimostra «non solo nella capacità di resistere, ma nella capacità di ricominciare da capo», quello che Fitzgerlad stesso provò a fare quando l'impalpabile magia naturale del suo talento svanì.

Anche per questo nei racconti che formano il libro, sono gli istanti a contare. Istanti magici che possono cambiare il corso di un'esistenza, istanti indimenticabili a cui restare aggrappati per sempre. «Imprigionati nel cono d'ombra del ricordo - sottolinea Sara Antonelli - vivono tutti per eternare l'eccitazione di un perfetto istante del passato». In Il più presuntuoso , Basil Lee, ragazzo immaturo e arrogante, poco amato dai compagni, irrimediabilmente antipatico e come condannato alla solitudine, impara per caso che non è il solo a soffrire e che non basta il football a rendere felici. Impara anche che il dolore trasfigura e fa da cesura fra il prima e il dopo e si salva da un futuro di perdente solo in virtù del caso, il richiamo affettuoso di un compagno durante una partita. «Non ci è dato conoscere - scrive Fitzgerald - quei rari momenti in cui le persone si aprono e il minimo tocco può indebolirle o guarirle per sempre. Un solo istante di ritardo e non potremo mai più raggiungerle in questo mondo». Finché ne fu in grado, fu l'arte dell'istante a rendere unico il suo stile.