Quando in Italia scoppiò l'epidemia di "colonnellite"

Il regime militare in Grecia alimentò il culto resistenziale nel nome dell'antifascismo. Mentre la «primavera di Praga» veniva schiacciata...

Basta poco, uno sguardo all'indietro, per accorgersi di quanto il passato recente sia remoto. Gli anni della guerra fredda, gli anni che precedettero la caduta del muro di Berlino sembra appartengano a un'altra era. Queste riflessioni piuttosto banali mi sono venute in mente leggendo un saggio di Paolo Soave, La democrazia allo specchio (Rubbettino, pagg. 277, euro 19) dedicato al golpe dei colonnelli in Grecia. Da allora (1967) non sono trascorsi nemmeno cinquant'anni. Ma la presa di potere dei militari in un Paese dove la democrazia organizzò accuratamente la sua morte ci porta in un altro mondo. Durava il braccio di ferro tra l'Occidente democratico e l'impero comunista, e Oriana Fallaci si batteva per il suo uomo, Alessandro Panagulis, eroe della sinistra europea: prima condannato a morte e poi rilasciato dalla dittatura in uniforme. Il pericolo Eurabia era allora, anche per Oriana, di minore interesse.

La presa di potere dei colonnelli Papadòpoulos, Pattakòs e Makarezos - ma Pattakòs era brigadiere - non suscitò grande emozione né grandi apprensioni nella maggioranza dei Paesi importanti. Ma le reazioni italiane furono ben diverse, per l'intensità e per le motivazioni. Fu proclamato ed alimentato ossessivamente il pericolo d'un contagio autoritario che, diffondendosi nel Mediterraneo, colpisse anche noi. Il culto della Resistenza trovò nel caso greco una ragione d'allarme, di raduni, di invettive. «Le mai sopite coscienze partigiane - cito Soave - si manifestarono in un revival neoresistenziale». Un nuovo fascismo, si gridò, era alle porte. Ci fu una «internizzazione» del golpe , un suo adattamento a impulsi casalinghi. Il golpe ebbe anche i suoi estimatori. Sulla scia dello slogan «Atene, Atene - e adesso Roma viene», urlato dagli scalmanati.

Soave ha dunque voluto descrivere il comportamento di una Italia ufficiale e di un'Italia popolare che volevano strumentalizzare i fatti greci. Molti erano, nell'ieri e nell'oggi dei rapporti italo-greci, i temi scottanti. La Grecia aveva ben superato il ricordo dell'insensata aggressione mussoliniana all'uomo forte di Atene, il generale Metaxas, oltretutto fascistoide. Quel precedente toglieva credibilità agli atteggiamenti d'oltranzismo arcidemocratico che la sinistra italiana amava assumere, favoleggiando d'un popolo italiano compattamente antifascista durante il Ventennio. Elemento non irrilevante del «caso» colonnelli fu la presenza nelle nostre università di moltissimi studenti greci i quali - vigendo il numero chiuso nelle università greche - si laureavano nei nostri atenei. L'Italia volle essere, nell'opporsi ai colonnelli, la prima della classe (volle esserlo poi anche contro il cileno Pinochet), ostentando disprezzo per le ragioni economiche o d'altro genere che avrebbero suggerito una maggior cautela.

Il golpe si abbattè come un macigno sul pilastro della strategia politica e militare dell'Occidente, la Nato. La Grecia, con la Turchia, proteggeva un territorio vitale esposto agli attacchi dell'Urss, e i colonnelli avevano ribadito la loro fedeltà all'atlantismo. Ma com'era possibile che un'alleanza creata per tutelare i valori di libertà includesse un regime di militari putschisti? Dal problema greco derivò un conflitto politico italo-italiano, perché al deflagrare del colpo di Stato, segretario generale della Nato e difensore strenuo delle sue prerogativa era il liberale Manlio Brosio, e ministro degli esteri era Amintore Fanfani, risoluto nel voler punire i golpisti (ancor più duro fu il socialista Pietro Nenni quando divenne ministro degli esteri). In Italia era tutto un divampare di iniziative anticolonnelli, anche se nel 1968 fu schiacciata la primavera di Praga e anche se i vassalli di Mosca profittarono dei veti democratici per fare buoni affari con la Grecia. Poi, nel '73 i colonnelli caddero per la crisi di Cipro, e al potere andò un conservatore illuminato, Costantino Caramanlis.

Tutta roba ammuffita, materiale d'archivio mentre l'Urss non c'è più, giganteggia economicamente la Cina e la minaccia viene dagli islamici sanguinari. La Nato resiste ed esiste. Ma è diventata tutt'altra cosa.

Commenti
Ritratto di Sergio Sanguineti

Sergio Sanguineti

Mar, 07/10/2014 - 09:14

E per fortuna che ci fu!... Rappresentò, infatti, il più valido baluardo contro il disegno sovietico per l'invasione dell'Europa, previsto in tre direttrici: nord (attraverso Berlino), centro (attraverso -Vienna-Salisburgo), sud (attraverso Grecia e Turchia)... Con la "benedizione di tutti gli italici comunisti, inneggianti all'ingresso dei carri sovietici in Italia, già all'epoca della zona A e B tra Italia ed Jugoslavia!... Bell'esempio di "democratici", pero!... Oggi insediati nelle istituzioni e nel governo!... Ma gli Italiani pare abbiano la memoria troppo corta o, certamente, il cervello all'ammasso nel pallone e nelle benedizioni papali...