Quando Marconi risolveva delitti A colpi di genio e radiotelegrafo

Prima c'era un enorme silenzio. Un oceano invisibile di silenzio. Certo, gli uomini gridavano, suonavano, persino mandavano segnali telegrafici lungo un filo. Ma sulle frequenze radio non si muoveva nulla. Oh, per la verità qualche scienziato aveva fatto esperimenti di elettromagnetismo che funzionavano a qualche decina di metri di distanza, un piccolissimo vagito nella vastità del nulla. Poi arrivò lui: Guglielmo Marconi. Era giovane, italo irlandese, praticone, dotto quel tanto che bastava per costruire elettrici congegni, ignorante quel tanto che bastava per infischiarsene degli scienziati che pontificavano sull'impossibilità di comunicare con le onde herziane. Sì, perché secondo i cervelloni dell'epoca le onde si muovevano in linea retta. Essendo la terra tonda potevano solo fuggire nello spazio... Ovviamente la natura decise di stare dalla parte dell'elettrico italiano e far rimbalzare un segnale emesso con mille peripezie, da un lato all'altro dell'Atlantico. È questa la storia che racconta Erik Larson nel suo Guglielmo Marconi e l'omicidio di Cora Crippen (Neri Pozza, pagg. 560, euro 18). Ma non solo. Larson che è un esperto nel ricreare lo zeitgeist, lo spirito di un'epoca, ricostruisce tutto il mondo che si muove attorno all'alba della radio. Ci sono le dispute tra scienziati, la politica di guerra fredda tra Inghilterra e Germania (con il Kaiser interessato a procurarsi il segreto per comunicare nell'etere), i sogni di un'era che di lì a poco si sarebbero schiantati contro le trincee della Prima guerra mondiale. Ma c'è anche la cronaca. Ovvero uno dei casi criminali più noti dell'epoca. La “sciantosa” Dora Crippen uccisa dal marito, stimato medico omeopata, che poi fuggì in transatlantico con l'amante. Come lo catturarono? Grazie ai segnali radio inviati dal comandante della nave, diretta in Canada. Era stato proprio uno dei primi vascelli a essere dotato di un dispositivo Marconi. Così il dottor Crippen finì sul patibolo e il radiotelegrafo acquisì ulteriore fama. Insomma fu, come spiega Erik Larson, la conferma pop di quello che gli altri scienziati non volevano ammettere. Più difficile riesce allo scrivente decidere se quello di Larson è un romanzo erudito quanto un saggio oppure un saggio scritto con la prosa degna di un romanzo. Ma del resto questa è proprio la “firma” di questo autore. Già ne Il giardino delle bestie - Berlino 1934 aveva raccontato, nello stesso modo, un bel pezzo di storia del nazismo.