Quando pensare significa trovare la pace

di Mario Luzi

Credo di dover annettere un significato al fatto che, isolando metastoricamente il concetto di filosofia e facendone oggetto e tema di riflessione, il mio primo pensiero corre a Boezio e alla sua opera più famosa, De consolatione philosophiae. La consolazione, come si sa, non è elargita dal filosofo ai suoi lettori, ma è effetto virtuoso, intrinseco e oggettivo, della filosofia; e di essa Boezio stesso sembra profittare nella tragica congiuntura dell'imminenza della sua morte, quando il libro è stato scritto. Tutti sono informati di come stanno le cose in quel singolare connubio dell'autore con le sue pagine, eppure il concetto di consolazione esce vittorioso anche in mancanza di alcunché di specificamente consolatorio nel “sapere” di cui si parla.
Dunque la filosofia nella mente occidentale è invocata per un'emergenza difettiva o disgraziata della condizione umana? Non oso affermarlo, ma il subconscio collettivo temo dica proprio questo. E, del resto, locuzioni proverbiali come «prenderla con filosofia» non lasciano trasparire nulla di più confortante dal loro retropensiero. Anche in questo caso si tratta di una specie di pronto soccorso che la filosofia è in grado di fornire a chi ha avuto il fatto suo dalla durezza del mondo. La rassegnazione sembra la virtù più preziosa che emerge da questi detti: rassegnazione, quindi fallimento, insuccesso, sventura. La filosofia ha cessato assai presto di occuparsi della costituzione e delle leggi dell'universo: la sua prima indagine de rerum natura, che certo le aveva conferito qualche positiva presunzione di scienza, sposta l'obiettivo sull'uomo, come universo esso stesso, a partire da tempi molto lontani: e con Socrate e l'Accademia incardina definitivamente il sistema speculativo della nostra civiltà occidentale. Fatto centro l'uomo, qual è il suo rapporto con l'universo di cui è, e fa parte? E come le condizioni dell'universo si riflettono e si ripercuotono nel microcosmo (tuttavia illimitato) dell'uomo?
Nasce qui di necessità e si rivela l'idea di uno stato conflittuale che anima il mondo. Questa idea è divenuta un presupposto implicito in ogni pensiero e sistema di pensiero. La grande differenza che traversa e divide il campo comune della dialettica sarà fra chi mira a recuperare o a inventare l'armonia e la conciliazione, e chi invece si arrende alla divisione, alla discordia, alla guerra dei contrari. La filosofia, in ogni caso, enfatizza attitudini umane esistenti e non può assumere la veste di pacificatrice se non per astratta velleità. È quanto la storia illustre del pensiero filosofico europeo ci rappresenta. Il che equivale a dire che la filosofia, da quella naturale a quella trascendentale, non ha potuto evitare di riprodurre il polemos, duale del mondo sia pure in forme diversamente coscienti. Forse non le sarebbe stata possibile la grande invenzione parmenidea senza la potente antinomia che le soggiace. Di fatto l'universo si presenta al pensiero occidentale in ogni sua accezione come un campo spaziale e temporale scottante, in cui si sviluppa la storia della conoscenza. È un campo a molti aspetti, d'accordo, ma ha per criterio di coltivazione il principio della ragione.