Quando lo scrittore è in guerra con il fisco

Tre lettere del 1931 tra Benjamin e l'Ufficio imposte: uno scambio epistolare impietoso e geniale

Gli intellettuali e il denaro - così si pensa - appartengono a due universi paralleli, indifferenti uno all'altro. Carmina non dant panem. Ma il pane, in qualche modo, anche l'intellettuale deve portarlo in tavola. Persino l'uomo di pensiero deve fare i conti con l'azione. E con le azioni, i conti, i debiti, il fisco...

Walter Benjamin (1892-1940), ebreo di Berlino, figlio di un ricco antiquario e di una agiata borghese, al denaro era particolarmente sensibile. E - sposato, un figlio, un lavoro intellettuale prestigioso ma non sempre redditizio - particolarmente attento al bilancio famigliare. Come dimostra una sua curiosa (e dotta) corrispondenza ora pubblicata col titolo Breve scambio epistolare con il fisco (Henry Beyle, pagg. 24, euro 10). Un libretto che dimostra due cose. Che anche i giganti della speculazione filosofica devono far di conto con le piccolezze della vita quotidiana. E che tra la Germania di ieri e l'Italia di oggi, nulla è cambiato nella voracità del fisco.

E così, il 19 luglio 1931, Benjamin si trova a scrivere all'Ufficio delle Imposte di Wilmersdorf per chiedere una moratoria di tre mesi per la somma dovuta, perché «in questi mesi dell'anno, di fatto, non ho entrate di sorta. A ciò si aggiunge che sono tenuto a pagare un'imposta di successione dell'importo di *** marchi, benché finora, a causa dell'attuale congiuntura, mi sia stato impossibile realizzare una qualsiasi cifra da quella mia eredità». Impietosa la risposta: «In riscontro alla Sua lettera del 19.7.31, Le comunico che con mio rammarico non sono in grado di concedere moratorie o rateizzazioni di imposte arretrate. Onde evitare costi aggiuntivi, Le consiglio di saldare immediatamente quanto dovuto».
E qui, il genio di Benjamin spicca il volo. L'11 agosto l'Homo oeconomicus lascia il posto all'Homo Philosophicus, tirando una meravigliosa stoccata. Citando Georg Christoph Lichtenberg, Benjamin scrive: «Dall'invenzione della scrittura le suppliche hanno perduto molta della loro forza, le ingiunzioni invece ne hanno guadagnata. È un brutto bilancio. Una supplica scritta si respinge più facilmente di una presentata a voce, e un'ingiunzione si impartisce più a cuor leggero per iscritto che a voce. In entrambi i casi ci vuole del coraggio, che spesso viene meno quando a parlare deve essere la bocca». Con osservanza, Walter Benjamin.