Quando il tennis diventa religione. Anzi, letteratura

Il tennis come religione nel libro "Wimbledon" di Gianni Clerici

Leggere Wimbledon di Gianni Clerici (Mondadori, pagine 705, euro 22) è addentrarsi in un mondo. Più precisamente in una liturgia. Lo si capisce subito, dalla cura con cui il lavoro dello «scriba» è presentato. «Sessant'anni di storia del più importante torneo del mondo» è il sottotitolo dell'opera. La cura editoriale, innanzitutto. La scansione dei contenuti, i capitoli cadenzati dalle annate dei Campionships, come loro, gli inglesi, chiamano la competizione: i Campionati. E poi l'eleganza narrativa dell'autore che si estrinseca nei ritratti dei protagonisti.

Fin dalle prime righe si capisce quanto Clerici faccia sul serio scrivendo di tennis, sua felice monomanìa. Appartengono alla poesia priva di punteggiatura che inaugura il volume: «Mi dicono persone/ affaccendate e colte/ come hai fatto a sciupare/ le tue doti native/ per una vita vana/ Sarà avranno ragione/ forse a ciascuno tocca/ una sua religione». È tutta qui, in fondo, la vicenda di questo libro magnifico, la cui lettura ha un che di sacrale ben oltre i dati tecnici, la competenza, le considerazioni relative alle strategie dello sport in questione, i mille aneddoti che vi sono tratteggiati. Le doti native di Clerici si rivelarono già in terza elementare quando l'allora scolaro della Francesco Baracca di Como narrò in un tema la sua gita a Wimbledon con il papà, ospite di lord Hanbury, conosciuto sui campi del Tennis club Alassio, con una prosa tanto limpida e briosa da rimanere inarrivabile per la gran parte di noi, onesti professionisti della penna. Doti così evidenti e riconoscibili da far dire a Italo Calvino che Gianni Clerici «è uno scrittore in prestito allo sport». Doti talmente riconosciute da schiudergli l'ingresso nel 2006, secondo italiano dopo Nicola Pietrangeli, nella Hall of Fame del tennis.

Il secondo elemento che tracima da quei versi è, come direbbe David Foster Wallace, «il tennis come esperienza religiosa». E non a caso, in una eventuale terza vita - la seconda, com'è noto, è quella di tennista professionista con ottimi risultati soprattutto in doppio - Clerici avrebbe potuto essere docente di storia della religione sulla scorta della tesi di laurea e di un posto di assistente universitario nella materia lasciato vacante. Opportunità professionali a parte, la dimensione quasi mistica che assume nell'autore il tennis è confermata dal provvidenziale e fermo rifiuto a mettere il suo talento a disposizione di contenuti altri, cui svariati direttori di giornale ebbero più volte a esortarlo. Il tennis è esperienza totale e totalizzante, anche quando si scelga «solo» di raccontarlo, tanto quanto lo è per coloro che lo vivono da protagonisti sui court. Concentrato e crocevia di vita vissuta, metafora dell'esistenza, palestra psicologica ed emotiva, il più complesso, sfaccettato e pluridimensionale degli sport individuali.

Il tennis come religione, dunque. Lo si praticherà anche nell'aldilà? Intanto lo si continua a giocare fin dal 1877 sui sedici campi del All England Lawn and Croquet Club di Wimbledon. In quello che l'amico e maestro di Clerici, Giorgio Bassani, ebbe a definire «il Vaticano del tennis».