Quattromila chilometri per provare a capire cosa resta della Grecia

Un lungo viaggio in Grecia. Estivo ma con niente di turistico. Un viaggio all'origine e un viaggio al confine. Perché la Grecia con le sue polis è origine dell'Occidente. Ma con il suo sfiorare la Turchia, un'abbraccio a volte lieto a volte doloroso, è anche la porta d'Oriente. E ora come ora è anche il ventre molle dell'“Impero” d'Europa. Che non teme i barbari alle porte ma la crisi finanziaria nata nei recessi della sua burocrazia. È questa l'Ellade che distilla Giuseppe Ciulla nel suo Un'estate in Grecia (Chiarelettere, pagg. 152, euro 12,90). Un road book che racconta un popolo e una nazione visti da molto vicino, in presa diretta. Ciulla infatti, giornalista freelance, che macina chilometri - in questo caso 4mila - nell'estate del 2012 si è imbarcato con passaggio ponte da Ancona per Patrasso. E gia sul ponte della nave ha iniziato a parlare con camionisti greci, “mercanti” turchi intenti a scippare all'Italia esperti nella produzione del parmigiano, turisti vogliosi di mare e poco attenti alle reali condizioni della terra che fu di Omero e di Fidia. E da Patrasso poi ha continuato una sua «odissea» fatta di pullman, di treni scassati, di mezzi pubblici cancellati a causa della crisi. Ecco perché come un novello Ulisse è in grado di raccontarvi di Perana, il fu distretto industriale di Atene. Ora ridotto a una bidonville dove tutti rubano l'acqua - che non sono più in grado di pagare - attraverso allacciature abusive. Dove i bambini vengono assistiti da pediatri volontari perché la mutua ormai ha dato forfait. Un luogo insomma che potrebbe essere un inferno se i greci non avessero qualcosa di molto più antico dei diktat della comunità europea a cui aggrapparsi: lo chiamano «philotimo». Ovvero un senso di solidarietà che risale al tempo delle città-stato.
E dopo Perana il viaggio prosegue verso nord est. Stazioni quasi abbandonate e dall'aspetto surreale, tra cui quella progettata da Evaristo de Chirico (il padre del pittore Giorgio), città come Volos costrette a ripensarsi un'economia completamente nuova e a volte utopistica (c'è chi è tornato al baratto e chi organizza mercati alternativi per beni di prima necessità). Poi la frontiera con la cittadina di Orestiada. È proprio lì, al confine con la Turchia, che l'Unione europea fa acqua. Decine e decine di immigrati muoiono mentre cercano di passare il confine. I greci progettano un muro che forse non costruiranno mai, i turchi chiudono un'occhio, un vecchio mufti musulmano seppellisce i corpi che nessuno viene a reclamare. Nel frattempo i regolamenti emanati da Bruxelles diventano carta straccia, impossibili da rispettare, pensati in uffici climatizzati e lontani dalla realtà. Ma è solo uno dei tanti esempi dell'incomprensione dell'Europa con questo suo lembo originario ma periferico. Secondo Ciulla noi continuiamo a pensare ai greci come se fossero i nipotini di Socrate. In realtà si sentono molto più figli di Bisanzio che di Atene. Ma al di là delle spiegazioni storico-filofiche una cosa appare chiara dal libro, dalle voci delle persone incontrate e intervistate. Storia o non storia, non sono in molti ad aver voglia di morire di fame per l'Euro. Anzi sono sicurissimi di non volerlo fare, preferiscono risorgere. Ed è difficile dargli torto.