Quei due strani pariolini vivono «Come fratelli»

Andrea Carraro è uno scrittore ciclopico: i suoi romanzi emanano un'inquietudine da alba dei tempi, vibrano di forza giovanile e portano traccia delle scintille della creazione che solo gli dèi ulteriori, ossessionati dall'ordine, provvederanno ad estinguere. Di fronte all'energia che trasmette il recente Come fratelli (Barbera editore, pagg. 253, euro 16,90) diventa secondario il fatto che non vi sia niente di più lontano da un esercizio di bellettrismo: gli avverbi inutili si sprecano, la punteggiatura segue regole a dir poco personali e dei personaggi non si riesce nemmeno ad immaginare il volto. Come se ciò non bastasse - tanto per essere sicuri che il lettore comune, abituato agli sciroppi di Baricco, si tenga alla larga - Come fratelli è diviso in due parti pressoché indipendenti.
Nella prima parte Carraro ci presenta gli amici fraterni Dario e Andrea. Beninteso, fraterni quanto si può esserlo in Italia, terra di fratricidi. Entrambi sono «pariolini di serie B, ma pur sempre pariolini». Dario è un provinciale: il padre, un avvocato di Salerno, vuole che frequenti l'università a Roma e abiti nel quartiere della ricca borghesia capitolina. Andrea proviene da una famiglia piccolo-borghese: «odiava i pariolini, ma usciva con loro, si vestiva come loro, era snob come loro». In fondo sono due fuoricasta, però frequentano i tavolini del Paris-bar, dove regna la goliardia greve di chi usa i soldi solo per perdere tempo. Il viaggio di prammatica in Grecia, un invito di Dario a passare qualche settimana nella sua villa in Campania, l'anno della leva interrompono la serie di giornate trascorse in una Roma ancora poetica, verso la quale Carraro è più indulgente di quanto non lo sia con i suoi eroi.
Un giorno Dario subisce una crisi mistica e si trasforma in un santone televisivo che invita i telespettatori a suicidarsi; poi, quando la polizia gli fa capire che a dire certe cose si rischia la galera, finisce sulla strada. Vivrà per anni come un barbone. Andrea lo insegue, cerca di proteggerlo, scrive un libro su di lui: è la seconda (e gaglioffa) parte del romanzo, che ha fatto storcere il naso a più di un critico. Eppure Come fratelli resta uno dei migliori romanzi della stagione. Terminatane la lettura, mi è venuto in mente un aforisma di Arbasino: «Il romanzo sembra la forma artistica più perfettamente adleriana. Sopravvive e qualche volta trionfa solo attraverso gli sforzi fatti per rimediare alle deformità da cui è nato».