Quei racconti surrealisti di Alain Elkann

Sono stati composti nel corso di quarant'anni i Racconti che adesso Alain Elkann antologizza in un volume di dimensioni cospicue (Bompiani, 443 pagg., 16 euro). In realtà, il nome di «racconti» copre pagine di carattere eterogeneo: rievocazioni di un passato remoto, storie d'amore frutto di invenzione e naturalmente riusciti reportages comprensivi di intervista, fra i quali spicca la cronaca della celebrazione postuma di Andy Wharol in una chiesa di New York, ritratto riuscito e poco lusinghiero di un tipo umano (l'artista metropolitano) tanto «teatrale» quanto elusivo.

Ho l'impressione - ma forse si tratta di una reminiscenza - che Elkann non usi il computer, bensì la penna, glorioso strumento che incide sullo stile perché rende difficile sorvegliare l'architettura del racconto, a vantaggio di un procedere desultorio che dà un gusto d'altri tempi alla prosa. Molte delle storie raccontate da Elkann saranno dunque leggermente aritmiche, con uno sviluppo del tema disinvolto e conclusioni sempre un po' sopra o sotto le righe. Spesso, poi, i racconti non finiscono: semplicemente si fermano, come un orologio che smetta di camminare (allo stesso modo Gide desiderava terminassero i suoi Falsari ). Non so se questo sia un bene o un male, sta di fatto che spesso la disinvoltura di Elkann genera il fascino surrealista dell'accumulo, della giustapposizione. Prendiamo le pagine sulle «città invivibili»: ciò che alcuni cercano, altri rifuggono, e dunque la città invivibile è sempre abitata con soddisfazione da qualcun'altro. Sicché «generalmente chi vive nelle città dove ci sono gli ippocastani pensa che sia impossibile lavorare dove ci sono le palme...» Baghdad, teatro di sparatorie? «Perché no, così erano tutte le città europee durante l'ultima guerra». Roma è città «diversamente invivibile», i malati di cuore aborrono Città del Messico (per l'altitudine) mentre chi piega di buon grado il capo al cappio del fisco non stacca di certo un biglietto d'aereo per Vaduz, capitale del Lichtenstein. Gli intellettuali? A Cape Town non possono vivere, e Disneyland appartiene alla stessa categoria degli accampamenti dei beduini... Fino a sfiorare Campanile nel racconto del tipo che, pur non mostrando alcun talento per il ruolo di schiavo, decide di vendersi. Acquistato da una ricca americana, la signora un giorno getta la spugna: «Se vuoi ti rimetto sul mercato e ti do un'opzione per ricomperarti al di fuori del circuito delle case d'asta».

Commenti
Ritratto di Giano

Giano

Gio, 13/11/2014 - 15:42

Altra paccottata di inutili racconti dei quali si potrà fare tranquillamente a meno e si potrà dire, per parodiare un famoso detto in voga nei licei a proposito della filosofia (ma era solo una battuta ironica), che i racconti di Elkann (e di tanti, troppi, narratori per caso) sono quella cosa con la quale o senza la quale il mondo continua ad essere tale e quale è. Per dirla con una citazione di Leo Longanesi, che vale anche per l'articolo in questa sezione cultura sulla "nouvelle vague" degli scrittori milanesi (e del resto della penisola): "L'arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere stati chiamati"