Quel "bastardo" di lusso fra miserie e nobiltà

Raimondo Lanza Branciforte dalla guerra di Spagna agli splendori fascisti alla mondanità sfrenata. Fu amico di Onassis e amante di Rita Hayworth. Ma il suo suicidio resta un mistero

Raimondo Lanza Branciforte, principe di Trabia, morì che non aveva neppure quarant'anni. Successe a Roma, all'Hôtel Eden, nel 1954, e per tutti fu un suicidio: si era gettato dalla finestra, era una maniaco depresso, uno che amava bruciare la vita. I Lanza di Trabia incarnavano al massimo quella sicilianità in cui le miserie del presente sono tenute a bada dallo splendore del passato, e l'aver iniettato nella propria ricchezza terriera il contante fresco dei più borghesi Florio ne aveva fatto nel Novecento una vera e propria potenza.

Nel caso di Raimondo, così come di suo fratello Galvano, si era però verificato un incidente di percorso: erano il frutto di un adulterio e per le leggi vigenti non potevano essere riconosciuti. La madre era una Papadopoli, altro nome illustre, ma veneziano, e insomma sino alla adolescenza e oltre Raimondo rimase un bastardo di lusso e la cosa probabilmente incise sul carattere. Giulia Florio, sua nonna, che fino alla morte del figlio non aveva mai voluto vedere i nipoti, si impegnò a modificare quella situazione imbarazzante purché il maggiore di essi, Raimondo, appunto, andasse a vivere con lei, a Palermo. Così il ragazzino dodicenne si ritrovò fra palazzo Butera e il marino Castello di Trabia, in mezzo a domestici in livrea e sotto il controllo ferreo di chi lo teneva a stecchetto e aveva il confessore personale.

Fra nonna e nipote si creò un legame strano che in Mi toccherà ballare (Feltrinelli, pagg. 264, euro 16), la biografia scritta dalla figlia Raimonda Lanza di Trabia e dalla nipote Ottavia Casagrande, è ben reso, grazie a documenti privati: lettere, appunti, fotografie. Raimondo era quel che si dice un seduttore naturale: bel ragazzo, ottimo sportivo, estroverso e con quella corda pazza di pirandelliana memoria che ne faceva l'anima e a volte la dannazione della compagnia, sia pure in una Sicilia che negli anni Trenta non brillava per modernità.

Il campo d'azione di Raimondo fu infatti Roma e la jeunesse dorée di quel fascismo che fra Patti Lateranensi, proclamazione dell'Impero e vittoriosa guerra di Spagna era al culmine del consenso e della gloria. In Spagna, poco più che ventenne, Lanza di Trabia andò volontario e tornò con una medaglia d'argento, divenne intimo del clan Ciano, ebbe una liaison con Edda. Aveva una suite al Grand Hôtel, passava l'estate a Capri, andava a pranzo dal principe di Piemonte.

Nel 1940, i tentativi di Giulia Florio per far sì che il ragazzo portasse il nome del padre andarono finalmente a buon fine e Raimondo divenne don Raimondo, il principe, a tutti gli effetti, cosa che non modificò il suo stile di vita più di quanto l'avesse modificato l'entrata in guerra dell'Italia. Rimase a Roma, divenne ufficiale d'ordinanza del generale Carboni, e dopo l'Otto settembre fece del controspionaggio per le truppe alleate, così come in Spagna lo aveva fatto per quelle fasciste. Già con il 25 luglio, il Gran Consiglio e l'implosione del fascismo era finito un mondo: non aveva alcuna intenzione di andarci insieme a fondo.

Il decennio del dopoguerra fu l'apoteosi e il canto del cigno della vita pazza e dissipata di Raimondo Lanza di Trabia. Divenne presidente del Palermo calcio e si comprò un calciatore tutto suo, che faceva palleggiare nel salotto di casa; rimise in piedi la Targa Florio e corse in macchina; fu amico di Onassis e dello scià di Persia; diede feste da mille e una notte con grande uso di cocaina; frequentò il mondo del cinema, ebbe una storia con Rita Hayworth, si ubriacò con Errol Flynn... Un suo libro incompiuto si intitolava Mi toccherà ballare , lo stesso titolo preso in prestito dalla biografia prima citata, e il tema di fondo è sempre e comunque il suicidio come affermazione di vita, come gesto supremo di libertà: «Eppure la morte, la voglia di morte sorge dal nulla. Non si spiega. Chi ne avrebbe tutte le ragioni del mondo per farla finita neanche ci pensa. Chi, come me, non ha ragione alcuna eppure balla con l'idea ogni notte. A chi, come me, ha già tutto non resta che giocarsi tutto. È l'unico modo che conosco per esistere». 

Ogni cosa dunque sembra portare a quel novembre del 1954 in cui Raimondo Lanza di Trabia decide di ballare sino in fondo. «Devi morire prima di ballare, e che sia un morto a ballare sul filo». Ma per la biografia scritta a quattro mani dalla figlia e dalla nipote, non è così. Non lo è sulla base di una testimonianza in punto di morte del fratello Galvano, che quel giorno era con lui all'Hôtel Eden («Non si è ucciso»); non lo è per i punti oscuri che riguardano quella morte. Nessuna inchiesta, nessuna certezza da quale piano si fosse buttato, nessuna spiegazione sul perché non fosse andato, come sempre al Grand Hôtel, nessuna testimonianza del medico da cui si era recato per un consulto... È certo invece che Don Raimondo voleva vendere la grande miniera di zolfo della Tallarita, proprio allora dotatasi di un impianto di raffinazione faraonico, ma fuori tempo. Voleva invece investire nel petrolio, aveva trovato un compratore, mancava solo la firma del fratello che però aveva delegato tutto nelle mani di un amministratore contrario a disfarsi della miniera. Sta di fatto che, dieci anni dopo, quello zolfo ingoierà tutti i beni di famiglia, sarà alla base della rovina finanziaria dei Trabia. Se sia veramente andata così, non ci sono prove, solo ipotesi, ma Mi toccherà ballare è soprattutto una sorta di risarcimento e un atto d'amore di una figlia verso un padre mai conosciuto. Raimonda venne alla luce un anno dopo che la luce di Raimondo si era spenta.