Quel Bolaño «lumpen» che indaga le radici dell'assurdo Il ritorno del romanzo dei bassifondi

In coincidenza con il film Il futuro, della regista cilena Alicia Sherson, tratto dal racconto, riesce da Adelphi l'ultimo libro del cileno Roberto Bolaño (già pubblicato da Sellerio nel 2003) con un nuovo titolo, Un romanzetto lumpen, dove «lumpen» è un aggettivo riduttivo di origine tedesca - genericamente «dei bassi fondi» - a cui risponde l'incipit del romanzo che recita: «Ormai sono una madre e anche una donna sposata, ma fino a non molto tempo fa ero una delinquente»; come dire al presente della protagonista sposata e madre si contrappone il suo passato segnato dalla delinquenza. Il lettore, rassicurato dallo status attuale della donna, è subito attratto dal lato oscuro del suo vissuto. Insomma cade nella rete che gli ha teso l'autore: conoscere la storia di questa delinquente ravveduta... E in effetti il romanzo passerà sotto silenzio il racconto - ambientato in una borgata romana - della recuperata normalità di questa ragazza di nome Bianca, per narrare solo il lato lumpen della sua esperienza. Naturalmente la scelta denuncia il disinteresse dello scrittore per la banalità della vita ordinaria e la sua predilezione per i comportamenti assurdi e grotteschi che abitano il mondo dell'emarginazione.
La trama del romanzo, anzi romanzetto come precisa il titolo, volendo forse ironizzare sulla brevità delle pagine e non già indicare il declassamento della sua storia ma semmai la liberazione dallo stereotipo tradizionale, è segnato da alcune costanti: la presenza della macchina come strumento di morte o menomazione fisica, o della televisione quale momento di futile evasione; e, di riflesso, l'atmosfera oscura e ovattata che avvolge l'azione, affidata alla memoria e relegata in stanze chiuse e ambienti sordidi. Del resto il suo romanzo non è un universo chiuso come Macondo di García Márquez; al contrario è un racconto aperto che ambisce a rappresentare le numerose varianti esistenziali dell'io.