Dal rigattiere di parole: "superfetazione"

Si tratta di una parola sofisticata, che sta (ri)facendo il suo ingresso nel linguaggio comune. Il suo significato, semplificando, è “sovrappiù”

Si tratta di una parola sofisticata, che sta (ri)facendo il suo ingresso nel linguaggio comune. Il suo significato, semplificando, è “sovrappiù”. E in questo senso viene talvola usata in discorsi su vari temi, facendo lontana concorrenza a quelle “sovrastrutture” di matrice marxiana tanto ripetute negli anni Settanta e Ottanta. Visto che anche il successo delle parole procede a onde, è interessante osservare quel che diceva il Panzini nel 1905: “Come termine medico (di cui poi diremo, ndr) la voce giaceva da tempo nei nostri dizionari.

Ma nel nuovo senso, oggi più che abusato, di pleonasmo, superfluo, in più, è un influsso della voce superfétation, francese, oppure superfetation, inglese”. Dunque cent'anni fa tale parola doveva riscuotere un esito che oggi cerca di riconquistare. Ed è interessante vedere il suo percorso. La sua origine è dal latino: super - fetare, letteralmente “concepire sopra, di nuovo”. Tra le tante definizioni antiche e recenti, è efficace quella del Manuzzi: “Concepimento d'un feto nell'utero, mentre ve n'è già un altro”.

Molti dizionari antichi (Rigutini e Fanfani, Petrocchi) riportano soltanto la definizione medica. Ma già nell'Ottocento si fa largo un'estensione giuridico- economica: “frutto di frutto, sopra capitale” (Cardinali e Borrelli, Panlessico italiano); appare dunque sinonimo di “anatocismo”, ovvero il fenomeno degli interessi che generano interessi. Ma è attraverso l'edilizia e l'architettura che la parola rientra nel linguaggio tecnico e da qui rispunta nella lingua comune; anche perchè in edilizia l'esempio di una superfetazione è molto visibile: un sopralzo, l'estensione di un pollaio, l'aggiunta al volume di una casa di strutture più o meno coerenti, sono tutte superfetazioni, nel senso, appunto, di “sovrappiù”.