Il Romanino di Brera si poteva salvare

Il Cristo Portacroce, prestato a una mostra negli Usa, sequestrato e consegnato agli ex proprietari. Bastava un documento per renderlo immune da rivendicazioni

Il Romanino di Brera - sequestrato durante una mostra in Florida, riconsegnato alla famiglia ebrea che ne fu proprietaria prima del 1941 e subito venduto all'asta a New York per 3,65 milioni di euro - si poteva salvare. Bastava un documento che è l'abc delle mostre internazionali negli Stati Uniti: si chiama “Immunity from judicial seizure act”, ed è, appunto, un atto che rende immune un'opera d'arte dalla confisca giudiziale. Esiste dagli anni Sessanta e ha lo scopo di facilitare i prestiti da parte di proprietari stranieri per mostre senza scopo di lucro. Il “Cristo portacroce” di Girolamo Romanino, dipinto nel 1538, di proprietà dello Stato italiano ed esposto alla Pinacoteca di Brera, ne era sprovvisto. Lo avesse avuto, nessuno avrebbe potuto staccarlo dalla parete della mostra. Invece la rivendicazione da parte degli eredi di Federico Gentili di Giuseppe è stata accolta dalla corte della Florida, e il quadro, in base alle leggi americane, è stato “restituito” con una festosa cerimonia pubblica. I sei eredi Gentili, rappresentati da Lionel Salem e sparsi tra Stati Uniti e Gran Bretagna, hanno deciso di liberarsene immediatamente “perchè un quadro non si può fare a fette come una torta”: e il 7 giugno scorso, a New York, la Casa d'aste Christie's lo ha battuto per 4,56 milioni di dollari, pari a 3,65 milioni di euro, il record assoluto per questo autore. L'acquirente è rimasto anonimo e il dipinto è uscito di scena. Non si sa se per l'Italia sia più grave il danno patrimoniale o la figuraccia internazionale che ha sorpreso tutto il mondo dell'arte. Se dal punto di vista della cronaca la vicenda si è chiusa con la vendita, molti interrogativi restano aperti: perché il quadro ha lasciato l'Italia? Perché è stato inserito nella mostra americana? Perché non è stato adeguatamente protetto? Com'è stato difeso dal nostro governo? Sulla storia però è sceso un silenzio molto sospetto.

Facciamo un passo indietro, poiché la vicenda è complessa e sembra la trama di un film. Il Cristo portacroce, dopo essere appartenuto per secoli alla famiglia bresciana Averoldi, nel Novecento entrò nella collezione di Federico Gentili, ebreo, diplomatico italiano a Parigi. Egli morì nel 1940, e nel 1941 il governo filo-nazista di Vichy requisì una settantina di opere e le vendette all'asta, si dice, per sanare dei debiti contratti dalla famiglia. Gli eredi lasciarono la Francia, alcuni ripararono in Canada, altri morirono nei campi di concentramento. Il Romanino, dopo l'asta all'Hotel Drouot, passò di mano un paio di volte, e nel 1998 fu acquistato dalla Pinacoteca di Brera per 670 milioni di lire. Dopo molti anni, i superstiti avviarono la ricerca e la catalogazione dell'antica raccolta e cominciarono a chiedere le restituzioni. Nel 1999 sia il Louvre che la Gemaldegalerie di Berlino furono costretti a restituire alcune opere, che anche allora furono battute all'asta da Christie's. Nel 2000 fu inoltrata una richiesta analoga anche al governo italiano, che fu respinta perchè l'Avvocatura dello Stato sostenne che l'acquisto in buona fede del Romanino dava piena legittimità al proprietario. In ogni caso, valeva la legge italiana: e i Gentili, volenti o nolenti, dovettero ritirarsi.

Dieci anni dopo in un Rotary milanese con stretti rapporti negli Stati Uniti nacque l'idea di una mostra che rappresentasse l'arte lombarda in Florida. Si avviò così un rapporto tra la Pinacoteca di Brera e il Mary Brogan Museum of Art and Science di Tallahassee e prese corpo il progetto di una mostra da organizzare nell'ambito dei 150 anni dell'Unità d'Italia, che fu poi intitolata “Pittura barocca in Lombardia dalla Pinacoteca di Brera”, messa in calendario dal 18 marzo al 23 luglio, poi prorogata al 4 settembre 2011 in attesa del giudizio sulla proprietà del Romanino. Furono selezionati 50 dipinti, prevalentemente del Seicento: ma il Romanino, pittore del Rinascimento, cosa c'entrava con l'arte barocca? Spiega la curatrice della mostra, Simonetta Coppa: “La scelta di aggiungere alcune opere del Cinquecento bresciane e bergamasche è stata della Soprintendente di Brera, Sandrina Bandera. Le considerava una premessa agli sviluppi successivi. Infatti per quelle opere io non ho curato le schede del catalogo”.

Poi c'è la questione del museo ospitante. Un'istituzione come Brera, tra le massime in Italia e nel mondo, ove risiedono opere di autori come Raffaello, Mantegna, Bellini, Caravaggio, si misura con i grandi musei, quelli più celebri e celebrati. Invece questo Mary Brogan, fondato 13 anni fa, a livello internazionale non lo conosce quasi nessuno. “Avevo e ho perplessità sul museo di destinazione – ammette Simonetta Coppa -, non perché fosse poco serio, ma semplicemente non era un museo d'arte antica. Le funzionarie venute da Tallahassee per visionare le opere avevano specializzazioni diverse e il loro sguardo era simile a quello di spettatrici generiche. Si tratta di un museo etnografico, più attento all'arte contemporanea, all'antropologia, al folclore”. In realtà basta un giro sui motori di ricerca per scoprire che dopo il Barocco lombardo, il Brogan ha ospitato una mostra sul Titanic, con la ricostruzione di una cabina e l'esposizione di oggetti ritrovati nel relitto: “Un paio di scarpe da donna in pelle, uno specchio con cornice di finto avorio, uno spazzolino da denti, un vasetto di crema usato a metà” (Los Angeles Times). Interessanti alcune testimonianze su Trip advisor: “La mostra dedicata al corpo umano in cui sono stati esposti cadaveri veri in diverse posizioni per mostrare il funzionamento dei muscoli è una delle migliori mostre che io abbia mai visto” scrive un recensore al quale si fa fatica a credere. E' la stessa mostra ospitata in questi mesi a Milano, alla Fabbrica del vapore: la vedreste a Brera? Un altro: “Il Brogan è un ottimo posto per portare i bambini; nei primi due piani ci sono mostre per loro, anche interattive, il terzo piano è una galleria per adulti”. E ancora. “Non avevo sentito parlare di questo museo ma volevo vedere la mostra sul Titanic. Ho apprezzato, ma non sono riuscito a comprendere la missione di questo museo, che al secondo piano sembrava ospitare un campus per ragazzi e insegnanti”. Insomma, è lecito chiedersi: come mai Romanino è finito qui? Non è prassi cercare di capire in anticipo la tipologia degli interlocutori? Non si è trattato forse di una leggerezza? Il quesito può essere posto anche a rovescio: come verrebbe accolta una mostra sul Titanic ospitata a Brera?

Nel marzo 2011 arrivano a Tallahassee le casse da Milano e i quadri sono assicurati per complessivi 29,9 milioni di dollari (23,9 milioni di euro); al Romanino, da solo, è attribuito un valore di 2,5 milioni di dollari. Comprato nel 1998 per 670 milioni di lire (quindi circa 340 mila euro), dopo 14 anni viene stimato 2 milioni di euro, con una rivalutazione di circa sei volte. Una cifra che appare piuttosto generosa, ma “imposta dal ministero dei Beni culturali” spiega Ilaria Niccolini, titolare di una agenzia di comunicazione e di organizzazione di eventi con sede negli Stati Uniti, e “contattata dal Brogan museum su indicazione del consolato italiano di Miami” per organizzare la mostra. Quella cifra sarà la base d'asta quando il quadro andrà venduto, il 7 giugno 2012. La stessa Niccolini riferisce dell'”immunity act” che, a suo dire, è stato “richiesto ma non prodotto”. Perchè? “La verità la possono sapere solo la Soprintendenza di Brera e il ministero. Noi lo abbiamo richiesto a Roma e lo abbiamo sollecitato più volte. Siamo sempre stati rassicurati, ma non è mai arrivato. L'ultimo sollecito l'ho fatto a opere già sballate. Mi hanno detto che era tutto ok, che stava arrivando. Alla fine è risultato che le autorità statunitensi non hanno mai ricevuto la documentazione per rilasciare quell'atto fondamentale”. E aggiunge: “Ci fosse stato, avrebbe salvato il quadro”. Il quale sarebbe stato ugualmente rivendicato ma non avrebbe potuto essere confiscato, potendo far ritorno in Italia, sotto la tutela delle nostre leggi. Spiega la persona che ha seguito tutta la vicenda per i Beni culturali, l'architetto Antonia Pasqua Recchia, all'epoca direttore generale di paesaggio, belle arti, architettura e dal dicembre scorso anno segretario generale del ministero: “L'immunity act? Questi sono aspetti organizzativi della mostra, non ricordo i particolari. E' in corso un'indagine interna. Ma la richiesta dipendeva da Brera. L'autorizzazione all'esportazione viene data da Roma, ma su garanzia dell'istituto che presenta la documentazione”. Sandrina Bandera, Soprintendente di Brera, assicura: “Per quanto ci riguardava, per il quadro non sussisteva alcun pericolo”. Ricorda che l'avvocatura dello Stato, il 27 dicembre del 2000, aveva rassicurato sulla legittima proprietà del quadro da parte dello Stato italiano; e che da allora il Romanino aveva già viaggiato, nel 2002 per essere esposto in Australia, nel 2004 al Metropolitan di New York, “senza alcun problema”. “Inoltre – aggiunge, e questo è un passaggio chiave – in ufficio non esisteva alcun documento che potesse far venire qualche dubbio su una provenienza illecita”. Insiste: “Se solo l'Avvocatura, a quell'epoca, avesse creato un allarme, avvertito di un pericolo...: non l'ha fatto. Al contrario, ha dichiarato la legittimità. Nessuno ha ritenuto di bloccarlo. Né io né i funzionari avevamo idea del pericolo”. Insomma, la richiesta della famiglia Gentili del 2000, respinta su parere dell'Avvocatura dello Stato, e finita anche sulla stampa internazionale (specie in Francia, dove il Louvre era rimasto scottato dalle restituzioni imposte dal tribunale) a Brera non aveva lasciato alcuna traccia. La stessa Avvocatura oggi sostiene che il sequestro in Florida “è illegittimo”, contrario “all'ordinamento italiano” e che la vendita all'asta a New York “è vendita di cosa altrui”. Il risultato, tuttavia, è che il Romanino non c'è più.

Ma come si è arrivati alla rivendicazione dei Gentili? Proprio un funzionario di Christie's, durante una visita a Brera, ha notato che lo spazio occupato dal Romanino era vuoto e ha letto l'avviso che indicava il prestito al Brogan museum. E' bastato un attimo per informare l'avvocato Corinne Hershkovitch, la stessa che si era vittoriosamente occupata delle restituzioni del Louvre, e avviare le pratiche presso le autorità statunitensi. Una coincidenza, la visita a Brera e poi l'asta da Christie's? Probabilmente no. E' da ritenere che i funzionari della celebre casa seguano con occhio attento e costante le vicende che riguardano i quadri dell'antica collezione Gentili, visto che la famiglia dimostra di essere un buon cliente.

Il 21 luglio 2011 la controversia internazionale viene notificata al Brogan Museum, la mostra viene prorogata, il 4 settembre chiude e gli altri quadri tornano in Italia, il 4 novembre il Romanino viene ufficialmente sequestrato da agenti federali su ordine della procura. Il 6 febbraio 2012 il giudice ordina la sua restituzione alla famiglia Gentili perché, in base alle leggi americane, il quadro era stato rubato dai nazisti nell'ambito delle persecuzioni degli ebrei; il procuratore dice che “nessuno in Italia ha contestato le affermazioni della famiglia Gentili”. Alle 13 del 18 aprile, nel corso di una cerimonia affollata di pubblico, televisioni e stampa, il quadro viene riconsegnato.

E il governo italiano, che pur era convinto di essere il legittimo proprietario, che cos'ha fatto? “Abbiamo avuto due incontri a Roma, all'Ambasciata degli Stati Uniti, durante i quali abbiamo portato i pareri della nostra Avvocatura – spiega l'architetto Recchia -. Le autorità Usa hanno ribadito l'applicazione delle leggi americane e non c'è stato verso di convincerli sul fatto che eravamo acquirenti in buona fede”. “Abbiamo avviato dei colloqui con la famiglia, proponendo un risarcimento di tipo morale, storico e culturale, per esempio ricordando a Brera la storia della collezione e delle persecuzioni. Sul momento erano sembrati interessati, poi hanno preferito passare alle richieste di denaro. A quel punto, una causa contro il governo degli Stati Uniti aveva la certezza di essere persa, e ci siamo fermati”. Secondo indiscrezioni attendibili ma non provabili, il governo italiano avrebbe offerto ai Gentili una cifra troppo bassa (3-400 mila euro) ottenendone uno sdegnoso rifiuto. E sicuramente sugli aspetti legali della vicenda ha pesato il fatto che l'Italia negli anni passati si sia battuta con successo per ottenere la restituzione di numerose opere conservate illegalmente negli Stati Uniti, specie al Getty museum di Los Angeles. Arduo sostenere parti diverse su vicende simili.

La storia non è finita. Ci sono le appendici. Da un lato ci sono i sospetti. Chucha Barber, l'ex numero uno del Brogan museum, dice che per lei è difficile concepire tutto questo come un semplice incidente: “Credo che qualcuno abbia voluto che questo dipinto fosse scoperto negli Stati Uniti per essere restituito al legittimo proprietario”. C'è un'indagine al ministero, che ha anche inviato un'ispezione a Brera. C'è, soprattutto, il rischio per un altro quadro di Brera, la Madonna col bambino di Bernardo Zenale, appartenuto alla stessa collezione Gentili e venduto alla stessa asta del 1941; i Gentili in questi anni hanno recuperato 25 opere, ne restano una cinquantina in giro per il mondo. Ma fino a quando un quadro rimane in Italia, è alle leggi italiane che deve soggiacere. E quindi è al sicuro. Sandrina Bandera, con preoccupazione, avverte: “Più i giornali scrivono del Romanino, più si mette a rischio lo Zenale. Non va attizzato il fuoco!”. E intanto è proiettata su un lavoro di altissimo prestigio internazionale come curatrice della mostra dedicata a Vermeer alle scuderie del Quirinale; insieme a lei, due autentiche autorità in questo campo, Arthur K. Wheelock jr. , direttore della sezione di pittura barocca del Nord alla National gallery di Washington, e Walter Liedtke, direttore della sezione di pittura europea al Metropolitan di New York.