Un romanzo inciso a sangue nella "carne viva" dell'America

Esce il primo romanzo dell'attivista Merritt Tierce, Carne viva che racconta le vicende di una giovane donna già "ustionata" dalla vita

Una terra desolata all'ombra di insegne al neon proietta sullo schermo della pagina la vita della protagonista, una giovane donna già ustionata dalla vita. Ferite che bruciano ma che al contempo scandiscono il senso di un'esistenza che spesso sembra perduta. Eppure in ogni pagina si respira la vita. Merritt Tierce, considerata tra le nuove migliori scrittrici americane, attivista impegnata nella difesa dei diritti delle donne, in questo romanzo d'esordio, Carne viva (BigSur , pagg. 222, euro 16,50), racconta, tra flashback e continui cambi di registro narrativo, l'epica di una brillantissima studentessa di Yale, giovanissima madre, compagna di un uomo che tradirà sino a farsi lasciare. Tra autolesionismo, droghe, alcool, sesso consumato con la voracità con cui spesso si consuma la vita, la protagonista Marie cerca un proprio ruolo nella società, «una funzione» come la definisce, capace di impartirle regole che non conosce. Le cerca servendo ai tavoli come cameriera prima in catene di ristoranti e poi in uno dei più lussuosi locali di Dallas.

In un vortice di dolore e passione, alla perenne deriva dei pentimenti («Puntai lo sguardo nel vuoto e rimpiansi che quella fosse la mia vita»), in una continua e apparentemente insensata ricerca di se stessa («La mia mente era una ferita aperta. Non riuscivo a capire se ci vivevo sprofondata dentro o ne stavo totalmente al di fuori»), vive rapporti fugaci con uomini ormai incapaci di amare. In un continuo confronto e affronto con il proprio corpo, svenduto tra i fumi dell'alcool e della droga, Marie regala amore senza mai riceverne. Se non dalla figlia Ana: l'unica capace veramente di restituirle, in un gesto o in una parola, il senso della vita. Così tra «Dream Cafè» che non sono altro che sogni destinati ad infrangersi alle prime luci dell'alba, le vere ombre non sono costituite dai suoi interrogativi («Non sapevo cosa raccontargli. Che odiavo il fatto di odiare la vita?»), ma proprio dagli uomini. Uomini incapaci di essere uomini, inadatti a comprendere un universo femminile e che, davanti al minimo disagio, si dimostrano bambini. In questo Carne viva è anche la potenza di una scrittura viscerale, nella traduzione di Martina Testa, a dare voce ad un susseguirsi di personaggi non incompresi dalla vita, ma incapaci di comprendere la vita. Tranne la protagonista: l'unica a intuire che dietro tanto scintillare alla fine viviamo in un deserto non solo emotivo.