Il romanzo? Non è morto. Provate a leggere Lemaitre

"Ci rivediamo lassù", incentrato su due reduci della Prima guerra mondiale, evoca la grande tradizione di Dumas e Hugo. E fa riassaporare il gusto della narrazione

In Francia, come e più che in Italia, ha dominato per anni l'idea che il romanzo fosse morto. Che rimanesse soltanto la scrittura. Mi è capitato tante volte di parlarne con letterati preparatissimi, finissimi, pronti a denigrare tutto quello che è narrazione, trama, personaggi, a profitto di qualche riga magistralmente orchestrata, e circondata dal bianco assoluto della pagina. Che il clima sia oggi definitivamente cambiato lo possiamo dedurre dal successo, culminato nel premio Goncourt che si è aggiudicato l'anno scorso, di un libro come Ci rivediamo lassù di Pierre Lemaitre (Mondadori, pagg. 453, euro 17,50, traduzione di Stefania Ricciardi) che costruisce una cattedrale gotica al principio stesso del romanzesco, riprendendo alla grande una tradizione interrotta, quella che Oltralpe conta tra i suoi massimi esponenti autori come Alexandre Dumas e Victor Hugo. Io che ho scommesso da più di un decennio sul ritorno del gigante dei Miserabili ho provato di fronte a Ci rivediamo lassù un doppio piacere, da scrittore e da semplice lettore avido di avventure, eventi, emozioni. I personaggi centrali del romanzo sono Albert Maillard e Édouard Péricourt. La guerra, in questo caso la Prima Guerra Mondiale, evocata magistralmente nei primi capitoli tutti intrisi del sangue e del fango delle trincee, li fa incontrare e fa incrociare le loro esistenze. Ma nessuno poteva essere più diverso dal mite, timido contabile Albert, succube della madre, insicuro di fronte a tutto, del rampollo di una famiglia ricchissima, Édouard, con la sua ribellione al padre che arriva sino a rinnegarlo, con il suo cinismo sofferente, la sua spregiudicatezza. Come in tutti i romanzi che si rispettano, le classi sociali vengono radiografate e descritte secondo i loro codici e nel loro avvicinarsi e scontrarsi: in quello di Lemaitre, lo scontro non è soltanto tra Albert e Édouard, che le reciproche tragedie in trincea porteranno a convivere, ma tra Albert e Henri d'Aulnay Pradelle, un ufficiale aristocratico che spara ai propri soldati per aizzare meglio gli altri all'attacco, che vuole essere eroe militare e diventerà da borghese, mostrando la sua vera natura, un abominevole truffatore.

Pradelle è l'ossessione persecutoria di Albert, come Javert di Jean Valjean nei Miserabili. Il grottesco, elemento primo della narrativa di Hugo, è qui presente a piene mani. La ferita che deturpa Édouard gli distrugge la laringe e gli lascia un grosso buco nella guancia, e ne fa un mostro incapace di parlare, che deve esprimersi scrivendo e deve nascondere il suo volto sotto maschere sempre più bizzarre, da indiano, da uccello, da angelo. Il buco è anche nell'anima. Cocainomane, eroinomane, Édouard odia il padre Marcel che lo crede morto, odia la società e il mondo: e, forte della sua capacità di disegnatore, è a guerra finita l'ideatore di una colossale truffa dissacratoria, il Ricordo Patriottico, la vendita di progetti di monumenti ai caduti per fuggire con la cassa senza averne costruito uno. Intanto Pradelle, che ha sposato per interesse Madeleine, la sorella di Édouard, e si è reinventato uomo d'affari, tesse una truffa ancora più sordida lucrando con la sua società sulle bare e le sepolture dei caduti in tanti cimiteri militari sparsi per la Francia. Nel romanzo di Lemaitre ci sono pagine davvero buie e agghiaccianti. Difficili da dimenticare quelle bare lunghe 130 centimetri per risparmiare sul legno, in cui entreranno storti e a pezzi, alla rinfusa, i poveri caduti alti anche un metro e ottanta, o l'immagine di quel cane che appare fra le tombe con un osso umano fra i denti. Su questo lugubre scenario domina la figura del funzionario del Ministero incaricato di una inchiesta sulle irregolarità dei cimiteri militari, Joseph Merlin, un uomo ormai anziano, intorno a cui aleggia una nuvola di tanfo, dalle scarpe enormi, e la cui unica gioia nella vita è un piatto di pollo. Eppure sarà lui, misero e incolore, diligente e incorruttibile, a opporsi a Pradelle e a determinarne la rovina. È potente anche la figura di Marcel Pericourt, il padre ripudiato da Édouard, lo squalo della finanza che è fatto della stessa lega speciale delle pallottole e delle granate, con gli occhi grigi di una belva.
Le vicende del romanzo porteranno nel sontuoso palazzo Péricourt il giovane Albert, che lì si innamorerà della cameriera Pauline, dopo aver constatato come «tutto è bello dai ricchi, anche i poveri». Invece le strade del padre Marcel e del figlio Édouard si incontreranno soltanto alla fine. E a proposito di quel loro tragico incontro, Lemaitre scrive che non è casualità, ma destino. Quel destino senza coscienza del quale ci potrebbero essere magari belle pagine, ma mai un grande romanzo.