Il saggio

L’interrogazione filosofica sulla libertà trova nel Novecento uno dei suoi tormenti più emblematici. Ridotta all’osso, la questione può essere presentata in questo modo: tengono il campo due grandi orientamenti teoretici, già emersi nel secolo precedente. Il primo ha la sua ascendenza nell’illuminismo e nel materialismo, il secondo nella spiritualità e nella religione. Sono due modi opposti di concepire il senso e la realizzazione della libertà umana perché nella prospettiva materialistica la libertà si realizza liberandosi dell’idea di Dio, mentre nella prospettiva spiritualistica la libertà si dà solo con l’ausilio di Dio.
Rientra senz’altro nell’ambito di questa problematica la riflessione del filosofo russo Nikolaj Berdjaev, la cui opera più significativa vede oggi una nuova traduzione italiana (Schiavitù e libertà dell’uomo, traduzione e saggio introduttivo di E. Macchetti, Bompiani, pagg.678, euro 30). Berdjaev, nato a Kiev nel 1874 da una famiglia aristocratica, dopo aver terminato gli studi universitari, si avvicina alle problematiche filosofico-religiose. Appoggia inizialmente la rivoluzione del ’17, ma le sue posizioni, volte a sostenere una rinascita spirituale della Russia, lo pongono in contrasto con i bolscevichi, costringendolo a lasciare il paese nel 1922. Si trasferisce prima a Berlino, poi a Parigi, dove rimarrà fino alla morte avvenuta nel 1948. Nei vent’anni del suo esilio frequenta i maggiori intellettuali francesi ed europei, specialmente quelli che si riconoscono nelle posizioni del personalismo cristiano.
Per Berdjaev l’uomo è un ponte che unisce due estremità: il cielo e la terra, il trascendente e l’immanente. L’uomo, cioè, è una «stratificazione ontologica» perché si ritrova cittadino di due mondi; anzi, si deve dire che la sua vera natura è data proprio dalla congiunzione di queste due polarità. Nella ricorrente e irrisolvibile tensione volta a rispondere all’istanza divina e all’istanza terrena l’uomo scopre il senso della libertà, che altro non è che responsabilità: libertà vuol dire solitudine della coscienza di fronte alla scelta del bene o del male. Si è liberi infatti proprio perché si risponde dei propri atti sia di fronte a Dio, sia di fronte alla storia; nessuno, pertanto, è legittimato a cercare rifugio e giustificazione in entità trascendenti come la Chiesa, lo Stato, il Partito... La filosofia di Berdjaev si dipana attraverso un cristianesimo radicale e perciò è antistoricistica e antiecclesiologica. Essa si pone in netta antitesi con le filosofie e ideologie che nel corso del ’900 hanno giustificato l’emergenza del male in nome di presunti fini superiori.
La libertà, per Berdjaev, è la cifra specifica della condizione umana. Al regno del generale, della costrizione viene opposto il mondo dello spirito, dell’individuale. Utilizzando la terminologia kantiana, si potrebbe dire che il primo è il regno della necessità, il secondo della libertà. Se la libertà è responsabilità del proprio destino, allora essa è, prima di tutto, atto creativo, volontà in lotta contro la necessità. La libertà è creazione nel senso che l’uomo è un con-creatore, perché ha il dovere di proseguire il disegno di Dio. Solo così può preservare dentro di sé quella scintilla divina che lo rende unico.
L’esaltazione della libertà e della creatività non conduce Berdjaev alla glorificazione umanistica, dato che l’umanesimo finisce per divinizzare l’umano. Occorre invece aprirsi a una spiritualità capace di annunciare l’avvento di un nuovo cristianesimo in grado di far vivere in ogni individuo la tragica consapevolezza che ogni singolo uomo deve accettare la propria finitudine.