Lo scaffale in alto nelle librerie

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. Come <em>Il cugino ricco</em> di Jeremias Gotthelf (Armando Dadò, 2006, pagg. 452, euro 16,86, trad. Mattia Mantovani)<br />

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. Come Il cugino ricco di Jeremias Gotthelf (Armando Dadò, 2006, pagg. 452, euro 16,86, trad. Mattia Mantovani)

Sembra un piccolo mondo antico, quello di cui parla Jeremias Gotthelf (pseudonimo di Albert Bitzius, nato a Morat nel 1797 e morto a Lützelflüh nel 1854). Invece è un mondo e basta, anzi, “il” mondo. Che è sempre lo stesso, perché sempre gli stessi sono i sentimenti che muovono gli uomini. Infatti, l’amena Svizzera del pastore Gotthelf (bollato sprezzantemente come “scrittore contadino” da alcuni) non è proprio così amena. La natura, oltre che bella, è anche crudele, soprattutto d’inverno, o quando i fiumi straripano. E le comunità sono sì governate con mano ferma e paterna dai saggi del luogo, ma covano invidie letali, amori proibiti, lotte sanguinose. E il buon Jeremias ci racconta tutto, con una prosa pacata, da nonno che narra storie ai nipotini.

Qui troviamo cinque racconti (Il cugino ricco, Hans il cocciuto, L’inondazione dell’Emmental, Il cavaliere von Brandis e Uno scherzo tira l’altro). Ma anche alcuni scritti a partire dal 1832, quando l’autore venne nominato vicario a Lützelflüh, nell’Emmental, carica che ricoprì fino alla morte. Facendosi anche non pochi nemici, visto che la sua tomba, come informa il curatore del volume, Mattia Mantovani, nell’introduzione, subì gli sfregi dei suoi detrattori. D’altra parte, Gotthelf amava parlar schietto: se la prese contro “l’untuoso e rozzo patriottismo” di quel Paese diffuso che faceva comodo considerare “un caso particolare” e che invece lui riteneva “una nazione come le altre”. E, nel 1843, meditando sugli assetti mondiali, scrisse: “Il dispotismo della Russia e la libertà dell’America sono fratello e sorella. La loro madre si chiama arbitrio”.

Gotthelf, quindi, utilizza quella specie di Svizzera nella Svizzera che era (ed è) Lützelflüh come chiave per aprire una finestra sull’umanità. Con poesia e vigore. Un consiglio. Se volete leggere un Friedrich Dürrenmatt di cento e più anni prima, cercate nelle biblioteche rionali Kurt di Koppigen, Elsi, la serva strana e Il ragno nero (tutti Adelphi di qualche anno fa). Non ve ne pentirete.