Lo scaffale in alto nelle librerie

Sullo scaffale in alto delle librerie di casa stanno i libri non freschi di stampa e non recensiti da tutti i giornali. Ma da leggere. Come i Carmi di Sigurð (nella foto: Sigurð uccide il drago Fafnir)

Anche lassù, certo, anche alle isole Fær Øer, tra la violenza dei flutti che battono le coste, sotto un cielo infinitamente plumbeo, intorno ai fuochi delle notti invernali, giunse l’eco della tradizione nibelungica. Il piccolo arcipelago di quelle microscopiche ultime Thule nordiche, per il tramite della dominazione norvegese prima e danese poi, assorbì, a partire dal IX secolo, le storie che, mille anni dopo, risuoneranno con le note possenti di Wagner. Si chiamava kvøldseta la riunione serale in cui le famiglie, terminate le dure incombenze quotidiane e messi a nanna i bimbi, si cullavano nel ritmo avvolgente della narrativa eroica per entrare nel regno dei sogni. Kvøldseta, parola magica, composta da kvøld, “sera” e seta, “mettersi a sedere”. Leggende (sagnir) e fiabe popolari (æventýr), spiega Gianluca Falanga nell’introduzione ai Carmi di Sigurð (Carocci, 2004), erano i generi in prosa, mentre i tættir, cioè i componimenti a carattere satirico, e i kvæðir, cioè le ballate, erano in versi. 

Lingua composita e sfuggente è il feroese, che qui Falanga traduce. Lingua figlia del norreno che parlavano le popolazioni in fuga dal re Harald Bellachioma (850 circa-933 circa), primo sovrano della Norvegia. Aspra, gutturale, ma insieme ammorbidita da vocali rotonde e allungate. Adatta dunque a raccontare le vicende d’amore e morte di Sigurðd-Sigfrido e dei suoi amici e nemici. Ecco dunque tre carmi: Il fabbro Regin, Brinhild e Høgni. Nel primo Sigurð, figlio di Sigmund, ottenuta la spada Gram dal richiestissimo artigiano, la usa da par suo per vendicare il padre. Nel secondo Brinhild, figlia di Buðli, s’innamora senza averlo conosciuto (“me l’han le Norne dentro infuso”) di Sigurð e lo chiama a una prova arditissima, nell’adempimento della quale l’eroe se la vede con i poco raccomandabili jukidi, mentre Brinhild trova in Guðrun una rivale di pochi scupoli. La fine di Sigurð non chiude il cerchio. Perché nel terzo carme Høgni, uno dei tre fratelli di Guðrun, in sostanza ne eredita il ruolo epico, a diretto contatto con Artala. Cioè Attila. E il cerchio, questa volta, si chiude davvero.