Scandali e grande letteratura Così è nata l'editoria moderna

Alla fine di maggio del 1881 un giovanotto ventiquattrenne, alto, magro, pallido, con i baffetti chiari si presentò da Ferdinando Martini, allora considerato il principe del giornalismo culturale romano, ma anche uomo politico che avrebbe ricoperto più volte incarichi ministeriali. Aveva in tasca una lettera di presentazione di Giosuè Carducci che lo definiva «un giovane intelligente e di propositi arditi» il quale «non senza fondamento» era intenzionato a «fare l'editore». Il giovanotto si chiamava Angelo Sommaruga e, per dirlo con le parole del Carducci, era un «meneghino puro» anche se aveva cominciato la propria attività di editore a Cagliari fondando, appena diciannovenne, una rivistina letteraria, La Farfalla, poi trasferita nella metropoli lombarda, alla quale collaborarono Carlo Dossi, Arrigo Boito e altri scrittori dell'ormai declinante stagione della Scapigliatura. Questa sua prima iniziativa editoriale aveva un taglio anticlericale e una connotazione politico-culturale repubblicana, essendo il giovane editore vagamente socialista in economia e realista in arte.
Ma Angelo Sommaruga aveva altre ambizioni. E così, con il viatico di Carducci, era sceso nella capitale divenuta da qualche tempo il centro letterario e giornalistico del Paese. Vi si stampavano, fra gli altri, il quotidiano Il Fanfulla e il suo supplemento letterario Il Fanfulla della Domenica, quest'ultimo fondato e diretto proprio da Ferdinando Martini. Il 15 giugno 1881 apparve il primo numero di Cronaca bizantina, copertina color rosa pallido (che, in seguito sarebbe diventato prima azzurro e poi grigio), con sotto la testata due versi del Carducci: «Impronta Italia domandava Roma/ Bisanzio essi le han dato». La rivista, che si qualificava «periodico letterario sociale artistico», aveva la redazione in un palazzo al centro di Roma che accoglieva anche, al piano superiore, una scuola d'infanzia femminile, dove giovani maestre insegnavano modestia e buone maniere alle fanciulle.
Forse Gabriele d'Annunzio pensava proprio a una di quelle maestrine quando, la mattina del 10 gennaio 1882, come avrebbe raccontato, salì «a gran balzi le scale della Cronaca bizantina per la speranza di sorprendere una donna magnifica e illetterata che allora teneva in soggezione tutta la pleiade giovinetta». In realtà, il futuro Vate incontrò casualmente, lì, non già una prosperosa maestrina, bensì Giosuè Carducci che stava sfogliando, «in atto di vergarle con la mano usa alla saetta», le bozze del Canto Novo consegnategli da Sommaruga.
Carducci fu il punto fermo dell'attività editoriale del Sommaruga e, segnatamente, della Cronaca bizantina, attorno alla quale fiorì un circolo, eclettico e ideologicamente incerto, del quale fecero parte i maggiori letterati dell'epoca, da Edoardo Scarfoglio a Matilde Serao fino a Gabriele d'Annunzio. Poco alla volta, però, la rivista cominciò a scivolare sul terreno di un giornalismo a metà strada fra la spregiudicatezza mondana e una sottile tentazione ricattatoria. Il che spiega i tentativi del buon Carducci di smarcarsi. Nella sua veste di editore, Sommaruga pubblicò opere dello stesso Carducci, da Levia Gravia a Confessioni e battaglie, ma anche di d'Annunzio, da Canto novo a Terra vergine, e l'innovativo La desinenza in A di Carlo Dossi.
Cronaca bizantina fu la prima creatura giornalistica significativa dell'editore milanese, del quale è uscita una puntuale biografia di Carlo M. Fiorentino: Angelo Sommaruga (1857-1941). Un editore milanese tra modernità e scandali (Le Monnier, pagg. 322, euro 24). A Cronaca bizantina seguì, qualche anno dopo, un'altra iniziativa destinata a lasciare il segno e a provocare la fine dell'impero editoriale del Sommaruga: il giornale letterario, satirico e politico Le Forche Caudine, prima settimanale e poi bisettimanale, diretto da Pietro Sbarbaro, un periodico che raggiunse la tiratura di 150mila copie. Già professore universitario in diversi atenei, Sbarbaro era stato sospeso dall'insegnamento e poi destituito per aver insultato il ministro della Pubblica Istruzione, Guido Baccelli, il quale aveva espulso alcuni suoi studenti. Scrittore fecondo e polemista, egli aveva pubblicato proprio con Sommaruga volumi polemici - Medico e Ministro; Re Travicello o Re costituzionale?; Regina o Repubblica? - che avevano sapore scandalistico e che ebbero grande successo.
Proprio a lui pensò Sommaruga per lanciare un periodico provocatorio e scandalistico, impegnato a combattere la corruzione con un linguaggio sboccato e libertino che non esitava a definire certi parlamentari «venderecci», certi ministri «scrocconi» e certe signore «sgualdrine». Le vicende di questo periodico, e dei suoi tempestosi rapporti con tutta la classe politica, sono ricostruite da Fiorentino attraverso una equilibrata lettura della sua collezione. Così come è ricostruito nei dettagli, sulla base delle carte ufficiali, il processo che portò all'arresto e alla condanna di Sbarbaro e di Sommaruga, il quale fuggì in America.
Finito l'imperio editoriale di Sommaruga, ne sopravvisse il mito. Tant'è che, negli anni Trenta, il giovane editore Arnoldo Mondadori andò a cercarlo a Parigi, dov'era divenuto mercante d'arte, comprò da lui alcuni dipinti di Federico Zandomeneghi, ne divenne amico e ne pubblicò nel 1941 le memorie ufficiali che, con il titolo Note e ricordi, erano un'autodifesa e una rivendicazione del suo ruolo di grande editore.