Dopo la sconfitta c'è la Grazia Una storia cristiana

Q ualche anno fa, lessi un'intervista ad un alto funzionario di stato francese, un grand commis , che aveva abbandonato una folgorante carriera politica per dedicarsi ai senzatetto. Quando il giornalista gli chiese come si finisse in mezzo a una strada, rispose che era un po' come gli appigli per un alpinista. Gli appigli sono tre, spiegò: la salute, il lavoro, la famiglia. Se si perde un solo appiglio, è ancora possibile salvarsi. Il problema è che spesso chi si ammala viene licenziato, chi viene abbandonato dalla moglie cade in depressione, chi perde il lavoro si ritrova solo...

Ho ripensato a questo spietato dòmino leggendo l'ultimo romanzo di Andrea Caterini, uno dei più brillanti critici letterari della nuova generazione. Il protagonista di Giordano (Fazi, pagg. 126, 15 euro) è un aspirante imprenditore che contro il parere della moglie e del figlio decide di rinunciare al «posto sicuro» per tuffarsi in quella vasca di murene che è il mercato italiano. All'inizio gli affari vanno bene, poi arriva il crollo: Giordano si indebita fino al collo, la moglie lo tradisce, un ictus lo costringe a chiudere bottega e a racimolare quattro, cinquecento euro al mese lavorando di notte in un parcheggio sotterraneo. Al pari della tragedia greca, il romanzo inizia dopo che tutto è accaduto. Caterini toglie il terreno sotto i piedi a Giordano per vedere, come Primo Levi (ma si può evocare anche il nome di Giobbe, o di Filottete), cosa resta dell'uomo quando la deprivazione oltrepassa ogni limite. La sconfitta è funzionale al tentativo di isolare il grado zero dell'esistenza, la vita al di qua di ciò che Pascal chiamava il «divertimento». La condizione del protagonista - dire che è un «vinto» è poco: è un vinto senza l'onore delle armi, l'effetto di una resa incondizionata - è costituita da una radicale erosione della dignità, l'unica virtù (ma si tratta di una virtù pagana) capace di tenere in piedi chi ha perso ogni cosa. Eliminata la dignità, parola che nel romanzo non compare mai, l'autore può chiedersi se per caso una funzione salvifica non possa discendere dalla grazia, parola che vi compare almeno una decina di volte. Caterini la scrive con la lettera minuscola, ma è solo per pudore; un pudore che non impedisce a nessuno di vedere in lui uno scrittore religioso, e in Giordano un romanzo cristiano.