Scoprire Baku (e non solo) a bordo di un taxi

Nel libro di Barbara Cassani - Un tassista a Baku. Le storie di Kamala - si intrecciano le storie di quattro protagonisti. E l'ombra del conflitto in Nagorno Karabakh

Sali sul primo taxi libero: "Buongiono", "buongiorno". "Mi porti in centro, per favore". Poi il silenzio. Quante volte ci siamo trovati in questa situazione, immersi in un silenzio imbarazzante? Eppure, a volte, ci si può trovare davanti a un Elmur - questo il nome del protagonista di Un tassista a Baku. Le storie di Kamala di Barbara Cassani - che comincia a interessarsi a te, a farti domande non per occupare il tempo, ma per immergersi nella tua storia, nella tua cultura e in quella del tuo Paese. Un uomo che decide di imparare l'inglese per abbattere gli steccati e parlare con chiunque. Per chiunque ha una storia da raccontare. E da ricordare. Come Kamala che ha deciso di lasciare l'Azerbaijan per trasferirsi a Roma, mossa dal desiderio di sapere e conoscere. Questi i profili dei due protagonisti.

Sullo sfondo, invece, c'è la Storia, quella con la S maiuscola, che - nonostante sia passata - è ancora presente. Il conflitto del Nagorno Karabakh e la strage di Khojaly, che ancora oggi pesano come un macigno non solo nelle vicende dei protagonisti del libro, ma anche nella storia di questo Paese. Non a caso, l'autrice ha voluto raccogliere al termine del volume una serie di interviste a coloro che hanno visto la morte in faccia e che sono riusciti a sfuggirle solamente per un miracolo. Come Durdana, che racconta il massacro di Khohaly - compiuto nella notte tra il 25 e il 26 febbraio del 1992 - in cui persero la vita più di centinaia di azeri (impossibile, a distanza di quasi trent'anni conoscere il numero preciso e i loro volti). Già perché nonostante l'Azerbaijan sia un Paese proiettato nel futuro, mantiene solide radici in un passato tragico e allo stesso tempo glorioso. "Chi ha subito un danno sa di poter sopravvivere", ricorda a un certo punto del libro Kamala.

E basta leggere il libro di Barbara Cassani per rendersene conto. Mentre lo si legge, infatti, si viaggia per le strade di Baku, dove accanto a edifici ultramoderni come le Flame Towers dai mille colori e il candido Heydar Aliyev Centre realizzato da Zaha Hadid, convive la parte della città vecchia, fatta di mura antiche e da monumenti che sono stati dichiarati patrimonio dell'umanità, come il Palazzo degli Shirvanshah e la Torre della Vergine. Ma non solo: ci sono anche gli usi locali, come il the e i pakhlava, i dolci tradizionali azerbaigiani.

Il libro è un continuo fare la spola tra Baku e Roma, tra la voglia di partire e quella di tornare a casa. Dove ci sono le proprie radici, che Kamala riscoprirà: "Ha fatto delle ricerche, in Azerbaijan i rifugiati e i profughi sono circa 1 milione. È entrata in contatto con altre famiglie come la sua; (...) vuole raccogliere storie di vittime e di sopravvissuti, magari pubblicarle, un giorno. C'è ancora troppa gente che non sa, si dice". Del resto, era stata prorio lei (e prima ancora sua madre, Layla) a provare un dolore simile. E "chi ha subito un danno sa di poter sopravvivere". Sempre.