Gli scrittori sconfitti di Vichy in cerca di rivincita letteraria

Morand e Chardonne scelsero il regime collaborazionista: furono espulsi dal mondo culturale francese. Nel loro carteggio i giudizi sferzanti sugli autori emergenti

Il migliaio di lettere che compongono il primo volume (1949-1960) della Correspondance fra Paul Morand e Jacques Chardonne (Gallimard, pagg. 1157, euro 46,50), da due mesi a questa parte è l'ospite d'onore dei dibattiti letterari di Francia. I motivi sono molteplici: due grandi scrittori, e due stili, a confronto, un'epoca piena di fatti e gesta (la fine della Quarta repubblica, l'Algeria, il ritorno di de Gaulle, l'Ungheria del '56 e la crisi di Suez, la sfida Usa-Urss, la decolonizzazione in Africa...), il fascino scomparso di un mondo quando lo scrivere e il viaggiare erano ancora un piacere, la lentezza ancora un valore, la frenesia e l'approssimazione sempre una mancanza di gusto, raccontato da chi, per età e esperienze, lo aveva vissuto in prima persona e sapeva, nella modernità irruente di quel secondo dopoguerra, costruirsi le proprie ancore di salvezza. Tutto ciò, intorno a una «certa idea» della scrittura e dello scrittore, il valore e il perché di un libro, la scommessa sulla sua durata. «Scrivere, è essere liberi. È essere re. Un re non ha un mestiere. Il mestiere letterario non mi dice niente. È qualcosa che nella nostra epoca borghese non si conosceva. Un mestiere per la plebe. Si scrive per l'onore. Mille lettori è onorevole e sufficiente. Di più, si può dubitare di se stessi».

All'indomani della Seconda guerra mondiale, Morand e Chardonne sono due vinti e due sopravvissuti. Hanno superato i sessant'anni, nel ventennio fra le due guerre sono stati famosi e ammirati, e perciò odiati, poi hanno scelto la parte sbagliata, Vichy e non de Gaulle. La loro generazione, quella degli Aragon, dei Malraux e dei Mauriac, è al potere, ma li ha messi al bando; quella che si agita per prenderne il posto, fra esistenzialismo, strutturalismo e morte del romanzo, li considera superati. Sono destinati all'oblio, inframmezzato di moralistiche invettive: collaborazionisti, traditori, vecchi e infidi arnesi della reazione...

Poiché il tempo presente li condanna, Morand e Chardonne scommettono sul tempo che verrà, il nuovo che avanza di chi entra nella letteratura e nella vita intellettuale avendo vent'anni o poco più, il terzo tempo o i tempi supplementari della partita dove è in gioco la posterità. Se ci saranno, avranno vinto. Ed è ciò che accade. «Uno scrittore avrà prestigio se non è letto, se non si trovano i suoi libri, se non si vede la sua figura di cattivo attore. È nella notte che si arriva a una notorietà rispettata. Essa non proviene dal basso» riassumerà Chardonne.

Una nuova generazione di scrittori, Nimier, Sagan, Déon, Blondin, Laurent, Nourissier, Frank, i cosiddetti «Ussari» degli anni Cinquanta, ritrova in loro quel piacere della scrittura che la coeva stagione dell'impegno e della politicizzazione vorrebbe invece relegare nel magazzino degli oggetti inutili. Ritrova una libertà di giudizio svincolata dai precetti dell'ideologia, l'estetica che non giudica in base all'etica, il piacere degli opposti e della diversità. È una lezione di freschezza che viene dal passato, ma ad essa si affianca la vitalità di due vecchi, all'anagrafe, campioni che hanno ancora la voglia e il gusto di rinnovarsi e di stupire. «A settant'anni ci sono delle porte che si chiudono, altre che si aprono. Non bisogna sbagliare porta. Invecchiare è ostinarsi, restare nello stesso posto».

Nella corrispondenza, tutto ciò viene fuori in modo esemplare. Morand e Chardonne si rendono conto di scrivere insieme la loro grande opera. Dentro ci sono consigli e considerazioni, appunti di letture e frammenti di vita, annotazioni del cuore e dell'anima, riflessioni politiche. Offrono il meglio, e a volte anche il peggio, di sé, ma divertendosi. Non c'è fatica, c'è la soddisfazione che dà un lavoro ben fatto.

Qualche esempio? «La letteratura è pericolosa. È la distrazione dei pigri». «Le uniche cose di cui mi sono dovuto sempre pentire, sono le mie buone azioni». «Ciò che abbiamo imparato dalla vita è il valore del presente, l'istante presente, con la sua luce e il suo segreto. Non possiamo più permetterci un'altra filosofia. E forse è quella vera». «Una volta con gli industriali si poteva parlare. Adesso, se fondano una rivista, è per fare soldi». «È intelligente a metà. Meglio sarebbe se non lo fosse per niente. Un'illusione risparmiata». «Sono un uomo dell'Occidente, dell'ombra che cade, della notte che arriva». «Lo specchio, mentre mi rado, ingrandisce le mie rughe e mi dice che sono morto, ma i miei slanci di libido mi dicono che sono troppo vivo: è tragico». «La speranza del saccheggio è il patriottismo delle masse». «L'amante è ridicolo quanto il cornuto. Quanto all'amante vecchio, non parliamone; è sulla distanza che il cornuto si riabilita; non ha che da aspettare. La più grande punizione degli uomini che hanno troppo amato le donne, è di amarle sempre». «Non andate a vedere La dolce vita. Poveri ragazzi che credono d'aver inventato l'orgia!». «L'uomo è un innaffiatoio; svuotarsi in ogni vaso è il suo ruolo fisico, il vaso unico, la sposa, è un'invenzione sociale». «Non hanno mai voluto essere poveri. Finiranno barboni».

Fra un Simenon «fotografo» e non scrittore, un Drieu la Rochelle «Oblomov intellettuale», un Camus «intelligente, ma senza personalità, giornalista di talento», un Montherlant «poco intelligente», il «passabile, ecco tutto» teatro di Sartre, Morand e Chardonne si muovono fra contemporanei e maestri con feroce allegria. È noioso il Goethe del Viaggio in Italia, il sentimentale Stendhal, che scrive sull'amore, è in realtà un cuore arido, che non ha mai conosciuto il sesso, Chateaubriand è «l'ultimo grande, nei buoni libri, di gran stile», di Maupassant, i racconti sono meglio dei romanzi... E poi c'è la politica, che entrambi vivono con l'occhio rivolto all'indietro, la fine dell'Europa, ovvero la fine del mondo che hanno conosciuto e amato. La Russia fa paura, gli Stati Uniti pena, l'Inghilterra è morta, la Francia è finita... L'antisemitismo, in Morand, fa da collante, e non depone a favore della sua intelligenza. L'unica salvezza è nell'arte, e fra tante profezie sbagliate, per loro è l'unica che si è realizzata.