Se gli anni di piombo si trasformano in moda letteraria

Da <em>La carne e il sangue</em> a <em>Falsario di Stato</em>: una pioggia di titoli sulla notte della Repubblica. Sono sempre di più gli scrittori che raccontano la lotta armata come se fosse un poliziesco: fiumi di pagine in cui vengono minimizzate la violenza, la ferocia e il clima plumbeo che ha segnato un'epoca

«La poliziotta rimane un paio di secondi immobile, poi il suo corpo deve essersi ricordato di dove si trova. Perché gira su se stesso e quindi si affloscia sul bagagliaio della pantera. I quattro continuano a sparare. Avvicinandosi. La crivellano. Gonfiano quel corpo ormai inanimato e lo sgonfiano. Pallottole che dilaniano, spezzano, straziano. La poliziotta sta ancora cadendo, i piedi che scivolano nel suo sangue, a terra, che tre compagni hanno aperto il furgone postale e si sono caricati in spalla dei sacchi grigi». Non è l’ultimo noir alla moda né l’articolo di un cronista in vena di forti emozioni; sono le prime pagine di La carne e il sangue di Marco De Franchi (Barbera editore), il romanzo sulle nuove Br. Ci sono gli agguati a Marco Biagi e a Massimo D’Antona, la latitanza, la cattura, la vita in famiglia di coloro che riprendono a combattere «la strategia imperialista» preparando «la formazione politica delle nuove forze militanti».

La carne e il sangue è l’ultimo parto di quella nuova tendenza che trasforma in romanzo gli anni del terrorismo. Un fenomeno dilagante, che vede le librerie invase da romanzi - per lo più di sinistra ma anche di destra - dedicati alla lotta armata. Dopo i saggi, le interviste, i memoriali, gli autodafè (pseudo)culturali, si prova a vivere quegli anni terribili sotto una nuova luce.

Ora si tenta di metabolizzarli. Non si può cambiare la storia, ma si prova a rileggere quei fatti, senza snaturarli o alleggerirli, da una prospettiva letteraria. Anche attraverso il racconto che colora la realtà con un pizzico di fiction, narrato con il ritmo di un film intrecciando realtà, criminalità, terrorismo in vicende tanto vere da sfiorare la leggenda urbana. Come nel nuovo e intrigante Il falsario di stato di Nicola Biondo e Massimo Veneziani (Cooper editore), biografia tra mystery e noir di Tony Chichiarelli. Crivellato da dieci proiettili alla periferia nord di Roma il 29 settembre 1984, Chichiarelli è un perfetto sconosciuto per tutti, anche per la polizia. Eppure per le sue mani sono passate le storie più oscure della Repubblica. È il miglior falsario di quadri in circolazione (si dice che alcuni vip impazzissero per i suoi «falsi d’autore»), frequenta la banda della Magliana, gente di destra, autonomi, Mino Pecorelli, ha organizzato la rapina miliardaria alla Brinks Securmark e, soprattutto, ha scritto il beffardo comunicato in cui si annuncia «il suicidio di Aldo Moro nel lago della Duchessa». In quei giorni Chichiarelli tiene in scacco l’Italia ma nessuno si cura di lui. Poi... «Via Ferdinando Martini. Esterno giorno. Tony parcheggia la Mercedes, Cristina, la sua donna, apre la portiera e solleva il porte enfant per prendere il bambino. Compare una mano con una pistola silenziata. Cristina è colpita da tre proiettili; l’ultimo entra dal cranio ed esce da un occhio. Tony corre in salita e di lì a poco viene colpito da 6 o 7 proiettili, e il killer lo colpisce alla testa con altri due colpi». Nella sua morte si riassume l’inquietante intreccio di criminalità comune, terrorismo e patti scellerati tra Stato, eversione, servizi segreti ancora oggi avvolto dal mistero.

In parecchi di questi libri ci sono omissioni, ambiguità, c’è chi c’è dentro e si chiama fuori e viceversa, ma il fenomeno mostra che le cose stanno cambiando. «Ormai - dice Maurizio Murelli, titolare delle Edizioni Barbarossa e del mensile Orion, ex sanbabilino coinvolto nel giovedì nero di Milano del 1973 - abbiamo digerito quegli anni e la gente apprezza questa letteratura in bianco e nero. Si riconoscono i luoghi, ci si immedesima. È un nuovo genere che avrà molto da dire e che definirei moderno neorealismo».

Di opposto parere è Giacomo Sartori che scrive: «Gli anni di piombo sono un fenomeno italiano che a rigor di logica si presterebbe a essere romanzato e che dal punto di vista letterario non ha prodotto quasi nulla». L’approccio romanzesco a quegli anni segue mille rivoli e mille diverse motivazioni. Si va dalle riflessioni personali tra presente e passato (L’inganno di Andrea Santini, L’amore degli insorti di Stefano Tassinari, entrambi per Tropea) al percorso militante (Terroristi brava gente di Sergio Lambiase, Marlin editore, che racconta in modo provocatorio l’iter dall’autonomia al terrorismo) alla galleria di personaggi noti o meno noti della politica attiva (Un’altra generazione perduta di Renzo Paris, De Donato-Lerici editore). Si passa dalla ricerca di amicizia e umanità tra irriducibili, pentiti e traditori (Il sogno cattivo di Francesca D’Aloja, Mondadori), alla terribile e cruda fotografia di alcune esperienze militanti (Insurrezione di Paolo Pozzi, DeriveApprodi editore, che parte con la cronaca tristemente famosa di una manifestazione dell’Autonomia) o, visto da destra, il percorso realista, ma condito da punte narrative epiche di Gabriele Marconi (Io non scordo, Fazi) per approdare al romanzo che sfiora le vicende passate come un gioco di specchi su cui costruire nuove realtà narrative. È il caso di Cesare Ferri che, anche lui da destra, del suo Una sera d’inverno (edizioni SettimoSigillo) dice: «In ciò che scrivo inserisco esperienze di vita vissuta, quindi momenti del mio passato, che fanno da semplice contorno alla trama. Credo che, per risvegliare le menti intorpidite di oggi, sia inutile rivisitare gli anni della propria o altrui lotta politica che, alla fine, sollecita solo morbosa curiosità». Ci sono poi casi letterari come Avene selvatiche (Marsilio), il fortunato romanzo tra fantasia e realtà, arroganza e poesia sul mondo della destra milanese scritto dal sanbabilino pentito che si firma Alessandro Preiser.

Il falsario di stato ha riportato alla ribalta il caso Moro, su cui sono state scritte milioni di pagine a partire dall’esemplare Affaire Moro di Sciascia; un saggio certo, un’analisi critica, ma in cui lo scrittore siciliano scrive: «L’impressione che tutto nell’Affaire Moro accada in letteratura, viene da quella specie di fuga dei fatti in una dimensione immaginativa. Tanta perfezione può essere dell’immaginazione, della fantasia, non della realtà». E così Sciascia si ricollega al Pasolini di La scomparsa delle lucciole e i prodromi di questa new wave affondano indietro nel tempo, come sottolinea Demetrio Paolin in Una tragedia negata, appropriatamente sottotitolato Il racconto degli anni di piombo nella narrativa italiana (edizioni Il Maestrale). I romanzi su Moro recenti spaziano da Piove all’insù di Luca Rastello (Bollati Boringhieri), che privilegia la dimensione introspettiva a Corpo di Stato di Marco Baliani (Rizzoli, nato come opera teatrale) in cui «la Storia diventa un arazzo sul quale si innestava una costellazione di storie più piccole, episodi, nomi, compagni di cui avevo perso le tracce dentro di me». Operazione che (giustamente) non piace particolarmente a Paolin che riprende: «La tragedia è abbandonata, messa da parte. Moro da protagonista diventa comprimario proprio perché dà fastidio, essendo il suo “corpo rumoroso”, al punto che se si guarda l’immagine di copertina non si può non notare che il bagagliaio della R4 è vuoto». E forse il limite di questa corrente romanzesca sta proprio qui; manca la figura del nemico, nel racconto spesso si nega o si elude il sangue, la tragedia e il clima plumbeo che ha caratterizzato quei giorni. «La letteratura italiana non ama la tragedia; i testi portano al limite del tragico e poi si arrestano, spaventati di andare contro la propria stessa identità», conclude Paolin. Il tragico in realtà entra ed esce da queste pagine che cercano di emendarsi in un difficile equilibrio tra ricordo, sensi di colpa, rimorsi. Ma quando la tragicità emerge è come un fiume in piena, come nel dramma della scelta clandestina di Cuore rovesciato di Giampaolo Spinato (Mondadori), di Razza bastarda di Cristina Masciola (Fanucci), o nella voglia di uscire da quel giro a costo del suicidio, come narra Claudio Castellani in Il marito muto (Tropea).
Come sottolinea Ermanno Paccagnini, in un saggio su Vita e pensiero, spesso il romanzo su terrorismo e affini utilizza il linguaggio del poliziesco. Sarà perché fu una tragica stagione di guardie e ladri (in cui tutti si sentivano guardie), sarà perché è il terreno più fertile e antico su cui questi racconti hanno attecchito. Come non ricordare i «sottofondi» politici di certe inchieste del Duca Lamberti di Scerbanenco, o romanzi di Loriano Macchiavelli come Sui colli all’alba (Einaudi), o ancora il suo intenso Questo sangue che impasta la terra, scritto a quattro mani con Francesco Guccini (Mondadori). Anche la musica, simbolo della rivolta giovanile, rivive in racconti come Una bomba al Cantagiro di Marco Amato (Piemme), «spy story» tra le canzoni anni 60 e la strategia della tensione, e soprattutto nel lirico Questa notte non si balla (Cairo) di Marco Bernardini (nipote di Sergio, mitico boss della Bussola), storia che mischia la contestazione di Sofri e Capanna e il Capodanno dei ricchi alla Bussola nel 68.

Tra molotov e bombe, spranghe e P38, manifestazioni , icone di Mao e di Hitler fino alle nuove Br, la rivoluzione tiene banco in libreria. Impazzano i racconti sulla «meglio gioventù». Anni formidabili, diceva qualcuno; ora tocca ai romanzi conservarne il ricordo. Saranno utili culturalmente o serviranno soltanto a fare la fortuna, speculando sugli altri?