Dal Senato ai "tweet" in latino. Così Augusto inventò la politica

Tagli di spesa e mondo del lavoro, province e slogan incisivi: il primo imperatore romano aveva un programma attualissimo. Solo che lui lo mise tutto in pratica...

Duemila anni, e non dimostrarli. Il 19 agosto del 14 d.C. a Nola moriva Caio Giulio Cesare Ottaviano, primo imperatore di Roma. Sono in atto le celebrazioni, dalla caput mundi alla città che porta nel nome il suo sigillo, Augusta Praetoria, Aosta, perla imperiale incastonata a difesa del turbolento crocicchio alpino. Quel giorno, la first lady di ferro, Livia, blindò la stanza del decesso. I pretoriani tacitavano le indiscrezioni. Livia diede al figlio Tiberio, successore designato, ma insicuro, il tempo di presentarsi. Si disse che aveva trovato il vecchio ancora cosciente, e che aveva da lui ricevuto lo scettro.

Il trapasso del potere era una dolorosa lacuna nell'operato di Ottaviano. Senza eredi maschi, aveva scelto a malincuore Tiberio, figlio di primo letto di Livia. La dinastia era avviata. Stando ai tempi, Ottaviano è un uomo del passato profondo. In politica, un contemporaneo. Il pezzo più arcaico e misterioso della sua titolatura è Augusto, conferitogli da un senato proclive il 27 a.C. Imparentato con augeo , «faccio crescere», l'appellativo non è onorifico, ma sacrale, in stile primitivo. Esalta un capo provvidente che, oltre al Pil di una nazione, ne fa lievitare messi, armenti, flotte, popolazione e città. Una manna. Ci farebbe comodo adesso. Come già diceva il saggio greco Esiodo, «il buon re fa prospera la comunità». Ottaviano cominciò a compilare la sua agenda di governo nel 31 a.C. quando annientò, nello scontro navale di Azio, Antonio e Cleopatra (che con lui ci aveva provato, senza successo), aprendosi la via all'assolutismo. Se sfogliamo idealmente il testo, troviamo voci forti che troneggiano ancora oggi in prima pagina.

SENATO

Non per azzerarlo o ridurlo a caricatura. Gli era utile. Un bancomat del potere. I sussiegosi aristocratici si riunivano nella Curia secolare. E aspettavano. Lui faceva il suo ingresso. Era il princeps , «colui che ha il diritto di parlare per primo». Nella forma, un pari, nella sostanza, un assolutista. Chi osava contraddire? Nomine e scelte politiche, tutto sgorgava dalla cerchia di Augusto. Il senato controfirmava, e la macchina istituzionale marciava.

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Senza delegare, Ottaviano operò tagli che lasciano a bocca aperta gli economisti e gli esperti di strategia. Lavorò soprattutto sull'esercito, che inghiottiva metà delle risorse romane. Delle 60 legioni attive prima delle guerre civili, ne fermò 28, per un totale di 300mila soldati, tra cittadini e ausiliari stranieri. Un velo di truppe, scarso per proteggere le migliaia di chilometri della frontiera. Ma il capo organizzò l'ottimizzazione. Non solo spese meno, ma meglio. Piantò nel territorio centri militari poderosi, pronti all'intervento. Il risparmio sulla quantità gli permise una qualità migliore. Soldati addestrati, 25 anni di leva, la prospettiva non di una morte eccellente sul campo, ma di una pensione dignitosa, in denarii, lotti di terra e donativi, spesso di tasca imperiale. Il resto fu affidato alla diplomazia. Eventuali aggressori erano dissuasi dalla fama di un'armata invincibile, in agguato chissà dove, che poteva aggredire in pochi giorni.

INVESTIMENTI E LAVORO

Il risparmio andò in opere pubbliche grandiose: acquedotti, monumenti, templi, ponti e strade, spesso sovvenzionate da privati in cerca di onorificenze o dalla stessa cassa augustea. Risultato: dalla Roma di mattoni e di legno si passò alla città di marmo. La plebe urbana trovava lavoro, e non aveva grilli per la testa. Nei momenti di crisi, la larghezza di Augusto forniva elargizioni di grano, gli 80 euro dell'antichità in natura. Le costruzioni più imponenti furono le colonie, centri di insediamento dei veterani in quiescenza, che romanizzavano, al bisogno staccavano la spada dal chiodo, insegnavano ai figli come combatte e muore un legionario di Roma. Anche questo aiutava: spese militari più leggere, in caso di attacco nemico.

PROVINCE

Non per rottamarle. Anzi, per farne di nuove. Una corona di piazzeforti territoriali vaste come nazioni: Spagna, Francia, Austria, Svizzera, fino agli estremi confini orientali. Non costavano nulla. Mandavano denaro al centro. Il fiscus imperiale sorrideva. Gli agenti esattori garantivano allo Stato una quota fissa di tributo. Stava a loro rifarsi con i sudditi, non esclusi strozzinaggio, rapina e corruzione, magagne d'ogni tempo. Ma il fiume d'oro e di prodotti approdava sempre in riva al Tevere.

RIFORME COSTITUZIONALI

Qui sta l'intervento più grandioso, e discusso. Invece di cambiare tutto per non cambiare nulla, Augusto invertì la formula: non mutò nulla, per sovvertire tutto. Sette secoli di storia repubblicana caddero in polvere sotto il maglio del protagonista. La facciata restava quella: le magistrature conservavano quei nomi che ancora oggi circolano, seppure con funzioni diverse (console, pretore, questore), con la differenza che erano tutte nelle mani di Augusto, o dei suoi fedelissimi. Augusto era imperator , capo delle armate, proconsole, governatore a vita delle province (tra cui quella a lui più cara, l'Egitto, «giardino privato dell'imperatore»). Ma la carica che preferiva era quella di tribuno, cioè difensore della plebe. Si accordava con la sua vena di paternalismo, ma gli garantiva altro: una scorta permanente di littori armati fino ai denti, a difesa dell'inviolabilità della sua persona.

FARE

In latino Res gestae , «le opere compiute». Cronaca nuda e potente dei risultati conseguiti (non quelli da conseguire). Fu composta nell'ultimo anno di vita, e affidata, come nobile testamento, alle Vestali. È un catalogo impressionante di fatti concreti. Una lezione sferzante per i politici.

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Festina lente, «accelera piano», il motto amato, che ripeteva a se stesso e ai collaboratori. Su consiglio di un greco, Atenodoro, se era in collera non faceva nulla senza aver ripetuto tutte le lettere dell'alfabeto.

Fin qui il politico. Ma l'uomo? Un attentatore arrivò a tiro di daga, ma fu bloccato dalla dolcezza aliena del suo sguardo. Scultori e bronzisti hanno consumato molto materiale per tramandarne le fattezze. Un eterno ragazzo, fuori dal tempo, con le ciocche ribelli, color sabbia, sulla fronte pensosa, corazzato per una parata di trionfo, più che per una battaglia vera. Un sacerdote dei riti. Una padre della famiglia e della patria. Un custode delle tradizioni. Considerava il proprio corpo impari allo spirito. Freddoloso, indossava quattro tuniche. Dipendeva dai medici (artrite, calcoli, catarro), e per gratitudine esentò la categoria dalle tasse. Gli piacevano le fanciulle in fiore. Livia (per altro amatissima), le procurava al suo piacere. A tavola, invece, era disappetente. Nei pranzi ufficiali presidiava per pochi minuti, allontanandosi per non imbarazzare gli ospiti, con caratteristico tratto da signore.

L'esito fu la pace, che lo storico Tacito, oppositore ideologico, esecra: «ingabbiò tutto nel dolciastro dell'inerzia». Così averne. Si segnalarono poche rivolte, spesso represse senza brutalità, in un'area in cui massacro e genocidio oggi sono strazi quotidiani. Abbiamo l'audio dell'ultima ora: «Se ho recitato bene la mia parte, battete le mani». La celebrazione è d'obbligo, per l'architetto di un sistema, un maestro dell'ambiguità che è l'anima della politica.