Sgalambro, la sottile arte di odiare il prossimo

Filosofo, teologo, gnostico e paroliere. Il suo nuovo saggio e "Della misantropia"

Più che un filosofo è un teologo, più che un teologo è uno gnostico, più che uno gnostico è Manlio Sgalambro. Inconfondibile. Nella Repubblica Platone sostiene la necessità che i filosofi-re non si dedichino alla dialettica prima d'aver compiuto 40 anni: non è serio. Agostino lo dice in altro modo: prima di filosofare è necessario vivere. La regola del Platone greco e del Platone cristiano è stata rispettata da Manlio Sgalambro: «Il mio primo testo di filosofia l'ho scritto a 58 anni. Quando non ho avuto più dubbi». A pubblicarlo fu Adelphi e il testo era La morte del sole. Era il 1982 e da allora il sole continua a sorgere e tramontare sulle sciagure umane, così il filosofo di Lentini, che potrebbe anche essere la reincarnazione del sofista Gorgia di Leontini, nel frattempo ha scritto una serie di libri. L'ultimo è un sunto del suo «pensare breve»: Della misantropia (Adelphi). Perché se filo-sofia significa, grosso modo, «amore per il sapere», il cuore del pensiero di Sgalambro è nell'odio: «L'uomo che odia se stesso: non è per questo che egli pensa?». Può sembrare una stravaganza, ma nella misologia c'è metodo. «Per ritornare a Descartes, io sono certo di essere una cosa che pensa». Dunque: «Odio, ergo sum».
Tutto iniziò con Arthur Schopenhauer. A vent'anni Sgalambro non era Sgalambro: «Era il 1943. Gli alleati avevano appena liberato la Sicilia. In punti insoliti della costa arrivavano barche cariche di tutto: pasta, salumi, stoffe, persino libri. Ero presente a uno di questi sbarchi, e ricordo il passar di mano Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer. Lo comprai, e fu un incontro decisivo. La gioia che mi prese, nelle settimane che seguirono, fu ineffabile. Leggevo, smozzicavo, cercavo di capire». Dall'incontro con il filosofo di Danzica dipende tutto il pensiero di Sgalambro che mette da parte il logos e si affida alla Volontà «cieca e irrazionale» che tutto vuole e trascina e che, non conosciuta dall'uomo e solo rappresentata - «egli sa con chiara certezza di non conoscere né il sole né la terra, ma soltanto un occhio che vede il sole, e una mano che sente il contatto d'una terra» - domina la natura, la storia, l'umanità facendone carne da macello. «Tutti moriamo assassinati». Da chi? Da Dio che è il più grande assassino di tutti i tempi.
Leontini, oggi Lentini, è un destino. Schopenhauer negando la classica corrispondenza tra essere e pensare e dichiarando il primato della Volontà ripristina quanto aveva già detto il compaesano di Sgalambro, Gorgia: l'essere non è, se fosse non sarebbe conoscibile, se fosse conoscibile non sarebbe comunicabile, dunque, l'uomo non domina nulla ma è dominato dalle forze oscure del Fato, della natura e del suo stesso petto. Duemilacinquecento anni dopo, proprio in quel di Lentini, ritorna a essere proclamata questa «assenza di verità» con la misologia di quello che è oggi l'unico filosofo italiano vivente o, come dice lui, morente.
La filosofia per Sgalambro non è cosa che riguardi la cattedra e le dispense o le dispute tra il «pensiero debole» di Vattimo e il «nuovo realismo» di Ferraris. Dice: «Bestemmiava contro la storia della filosofia. Questa disciplina mi ha costretto a occuparmi di Heidegger! A che punto ci porta!». Proprio perché prende di petto ciò che Cioran chiama «l'inconveniente di essere nati», la filosofia per Sgalambro serve per campare senza avere illusioni e a chi gli racconta la «favola bella» dell'arte di governo, dice: «Non ci può essere offerta politica se non per coloro che non hanno niente, e che quindi non possono “rappresentarsi” da sé». Lo si può dire con i titoli dei suoi libri: Del pensare breve è Dell'indifferenza in materia di società attraverso La conoscenza del peggio o De mundo pessimo e Del delitto. La sana contrarietà alla stupidità delle filosofie da università è un'eredità di Schopenhauer: «Il filosofare ha perso il suo luogo. Si pretenderebbe che gli siano rimaste le aule universitarie, dalle quali risuona soltanto uno squittio di topi. Siamo stati tutti defraudati del potere di interrogare e rispondere, a vantaggio dei cosiddetti professori, che dovrebbero pensare per noi: esserini modesti che hanno fisionomia da bancari e cercano di far garantire dall'università la verosimiglianza dei loro ragionamenti. Non è la cattedra a garantir serietà. In una piazza hai a che fare con passioni e emozioni che ti investono in prima persona».
Ci può essere, però, accademismo senza accademia. E un po' Sgalambro ha ceduto a questa vanità scrivendo canzonette e calandosi nella veste del Mogol di turno per il suo corregionale Franco Battiato e per Patty Bravo, Fiorella Mannoia, Carmen Consoli e Milva. È arrivato a esibirsi in concerto con Manu Chao: «Una delle più grandi soddisfazioni della mia vita». Sarà. Eppure, anche Nietzsche credeva di essere un gran musicista ed era un cane, ecco perché preferiamo lo Sgalambro filosofo - che disse che «la filosofia moderna ha inizio col dubbio, ma la filosofia eterna ha inizio col terrore» - allo Sgalambro musicista che ci induce al dubbio che la sua musica sia una forma di terrore.

Commenti

idleproc

Sab, 21/07/2012 - 12:09

Un altro che non sta bene.