Si può essere poveri e ricchi contemporaneamente

In Il segreto della vera ricchezza. Dialogo tra un economista e un povero Massimo Jevolella tratta di economia ma di spiritualità

Si può essere poveri e ricchi contemporaneamente? Certo che si può, basta considerare i due termini in ambiti diversi. Il povero di denaro può essere ricco di saggezza e di sentimenti; allo stesso modo, il ricco in senso materiale può essere povero in senso spirituale. Il punto di equilibrio tra questi valori, il raggiungimento del distacco dall'ansia di possedere sono gli obiettivi ai quali l'uomo dovrebbe puntare per ottenere quel benessere terreno e spirituale, uniti, che gli permettono di essere accolto nell'armonia della natura e dell'universo.

Il segreto della vera ricchezza. Dialogo tra un economista e un povero di Massimo Jevolella (100 pagine, Feltrinelli-Urra, 10 euro), è un titolo un po' ingannevole per un libro che non tratta di economia ma di spiritualità. Un libro colto, sapiente, pieno di citazioni. Un viaggio nella cultura e nella saggezza classiche richiamate al servizio dell'uomo contemporaneo per lenirne le ansie. Un testo mistico, che tratta di filosofia e di religioni piuttosto che di denaro, come la copertina sembrerebbe annunciare. Massimo Jevolella – giornalista, scrittore, esperto di filosofia e di mondo islamico, per molti anni redattore del Giornale durante la direzione di Indro Montanelli – propone una ricerca originale di virtù, di verità e di giustizia, nel segno di un'utopia di perfezione e di apoteosi dell'uomo.

La storia è semplice. Un professore di economia, in Sicilia per un convegno, incontra un uomo seduto sugli scogli di fronte all'isola di Marettimo, a Marsala, dove sta leggendo a voce alta i versi di un poeta orientale. Ne viene soggiogato: lo ascolta, interloquisce, tarda il suo rientro all'albergo, fa attendere l'autista. Tra i due nasce un dialogo nel senso più classico del termine, sul modello platonico degli allievi che ascoltano e stimolano il maestro. L'economista, che pur difende le logiche del capitalismo, è spiazzato dal pensiero di quest'uomo solitario teso verso altitudini poco terrene. Ma quest'ultimo è tutt'altro che un barbone: è un ingegnere, ex manager, travolto dalla crisi e stritolato dalle logiche materiali di questa società. Egli trova rifugio nelle antiche saggezze, con singolare capacità di contagiarle agli altri. I loro discorsi durano una notte intera, fino all'alba; tempo quasi simbolico del ciclo celeste.

Nel libro molte citazioni fanno capire come la natura dell'uomo, dall'antichità, sia sempre stata la stessa, nel bene e nel male. Porfirio (terzo secolo dopo Cristo) era spietato: “Chi ama le ricchezze è necessariamente ingiusto”. Seneca (primo secolo) aggiungeva: “Lo stimolo più potente di ogni infamia è il denaro: esso intossica le case, mescola i veleni, consegna le spade tanto ai sicari quanto alle legioni; ed è sempre macchiato del nostro sangue”. Jevolella fa notare che Seneca era di famiglia ricca; egli non condannava la ricchezza, ma esecrava quel ricco che non la possedesse con il giusto distacco. Infatti il filosofo aggiunge: “Se vogliamo conoscere il valore giusto di un essere umano guardiamolo spogliato del patrimonio, degli onori, delle altre false apparenze della fortuna, guardiamolo nell'animo per vedere s'egli è grande di suo o se ha una grandezza presa a prestito. Il denaro cade su certa gente come in una cloaca”. Secoli dopo Rousseau dirà, semplicemente, che “l'obbiettivo è raggiungere lo stato di uomo”. Jevolella, facendo ricalcare al povero i vangeli, ricorda che “la madre di tutte le follie, di tutte le ingiustizie, di tutti i nostri tormenti”, il sentimento che soffoca e uccide tutti gli altri non è altro che l'avidità (insieme a sua sorella, l'avarizia). E fa emergere ancora Senaca: “Alla natura basta poco, all'avidità non basta niente”.

C'è tanto di attuale in questo libro, che fa riflettere sulle alterne fortune del denaro, della politica, delle sicurezze materiali; sullo sfondo non c'è soltanto la crisi economica, ma soprattutto quella dei valori e delle coscienze. Il libro è profondo e trascina nella spirale degli interrogativi eterni e senza risposta: ma già la sua lettura è un gesto di umiltà e di volontà per essere, possibilmente, migliori.