Solo Testori ci può salvare dai buoni sentimenti

Esce l'ultimo volume delle Opere dello scrittore lombardo, con alcuni dei suoi testi più dirompenti. Un autore ancora oggi contro il pensiero unico

È finalmente in uscita per Bompiani il terzo, attesissimo volume delle Opere di Giovanni Testori, duemilacinquecento pagine che raccolgono gli scritti datati tra il 1978 e il 1993, anno della morte.
Sono stati gli anni della mia amicizia con lui, quelli del suo discusso sodalizio con Cl, quelli della sua amicizia con Don Giussani, e poi quelli del suo allontanamento da Cl, con cui mantenne alcune grandi amicizie personali: con lo stesso Fondatore, con Emanuele Banterle, con Riccardo Bonacina, con Franco Branciaroli - sua ultima musa - e anche con il sottoscritto. Sono gli anni che vanno da Conversazione con la Morte e Interrogatorio a Maria, testo affidato a una compagnia di ragazzi, alla nascita della Compagnia de «Gli Incamminati», fino al capolavoro estremo Tre lai, scritto nel periodo dell'infermità e trasformato cinque anni dopo la morte del maestro in un memorabile spettacolo firmato da Sandro Lombardi e Federico Tiezzi.
Naturalmente gli amici di Testori, anche in questo periodo molto particolare della sua storia, furono moltissimi, e non bisogna pensare che le svolte (anche ideologiche) che inflisse ai suoi ammiratori cancellassero le passioni trascorse: Testori non ha mai rinnegato nulla del suo passato, che continuò a essere per lui presente, presentissimo anche dopo tutte le «svolte» e tutte le presunte conversioni. Testori ha rappresentato una luce nel buio per tante persone completamente diverse tra loro, da André Ruth Shammah a Vittorio Sgarbi fino a Giovanni Agosti. E il suo linguaggio teatrale, dalla sua morte e sempre più fittamente col passare degli anni, ha interrogato e affascinato drammaturghi (come Franco Scaldati e Antonio Tarantino) e praticamente tutti i nomi più significativi della nuova scena teatrale italiana, da Valter Malosti a Maria Paiato, da Arianna Scommegna a Maurizio Donadoni.
Già queste poche notizie fanno capire al lettore quanto sia difficile produrre un bilancio della fortuna e dell'influenza di Testori sulla cultura del XX secolo e oltre. Testori era work in progress quand'era in vita e continua a esserlo a vent'anni dalla morte. I morti sono sempre meno docili, diceva il titolo di un vecchio romanzo latinoamericano. Per Testori è senz'altro così. Premi, tesi di laurea e di dottorato, saggi critici, spettacoli ispirati a lui si aggiungono, si può dire tutti i giorni, al lungo elenco delle produzioni teatrali sui suoi testi.
Testori ha accettato con fede la morte, e quindi la tomba, nella sua Novate. Ma niente mausolei. Come disse una volta Vittorio Sgarbi, Testori è grande proprio perché sta fuori dalle antologie, fuori dalle storie della letteratura. La sua grandezza risiede non diciamo in un'espulsione (nessuno ha mai espulso Testori da nulla) ma in una diversità radicale che non coincide né col suo stile né col dettato del suo pensiero. Si può essere benissimo testoriani senza approvare le sue scelte stilistiche e senza condividere il suo pensiero, come notò Giovanni Agosti nel suo insuperabile articolo post-mortem.
Qual è, val la pensa domandarsi, il quid che lega alla figura di Testori un numero sempre crescente di persone interessate a tutti gli aspetti della sua opera (pittore, critico d'arte, poeta, romanziere, autore teatrale, polemista)?
Per rispondere, bisogna osservare come la sua posizione rispetto al Novecento abbia trovato sempre di più, dopo la sua morte e dopo la fine del secolo, la sua chiarezza. Se, cioè, Testori poteva apparire «oscuro» o «barocco» anche solo pochi anni prima di morire, oggi la luce che lo investe è più forte. La prima osservazione da fare è che Testori appartiene al Novecento secondo una linea «lombarda» che lo collega, attraverso Gadda, ad Alessandro Manzoni: ma non il Manzoni dei profili storici e delle antologie scolastiche, bensì quello dimesso e dismesso dalla Letteratura con la L maiuscola, in quanto reo d'aver fotografato «così spietatamente le magagne di casa» e d'aver interpretato «acutamente, ai fini d'un ammonimento sublime, i fatti che sogliono ricevere un'espressione nella retorica del giorno».
Io credo che Giovanni Testori ci abbia aiutati come nessun altro a salvarci (o perlomeno a guardarci) dalla «retorica del giorno», che in ogni tempo assume la sua forma effimera «ch'or vien quinci or vien quindi» e oggi ha la faccia delle opinioni politically correct e del cosiddetto Pensiero Unico. I turbamenti del cuore, le contraddizioni, il magone, la necessità di un segno per poter vivere, il grido lacerante del cuore, che è forse la salvezza dalla vera disperazione e dal suicidio, rischiano nel nostro tempo di perdere le parole, di ripiombare nel silenzio, senza più nemmeno l'odio contro i padri e il Padre, senza più preghiere né bestemmie, senza più nemmeno il conforto di una brioscina. Solo buoni sentimenti corretti, moderni, solo pensieri impeccabili. Il nostro profeta è Fabio Fazio, onore a lui.
La crisi in cui versa il Romanzo oggi - sede di un'interminabile ripetizione - ci avvicina al cuore della crisi umana, dell'indicibile che si celebra in forme condannate a non diventare adulte (penso all'hip-hop delle nostre periferie urbane, al graffitismo ecc.). A quell'indicibile, che la cultura vorrebbe far tacere (Testori contrappose sempre la «cultura», portatrice di ideologia, all'«arte», fiotto creaturale anche se spesso demente), il grande maestro novatese cercò di dare delle parole, appoggiandosi ai silenzi eloquenti dei suoi amati artisti - da Fra Galgario a Géricault a Bacon.
Quando morì mio padre, Giovanni mi telefonò chiedendomi come stavo. Non ci sono parole, risposi. No, replicò lui con inattesa veemenza: le parole ci devono essere, è tuo dovere trovarle. Oggi, molto più di venti e trent'anni fa, questa sua guerra al silenzio ipocrita che inghiotte la parte più bella e vera dell'uomo mi pare la sede definitiva della sua opera e della sua vita.