Alessandro D'Avenia: "Sono un emarginato il successo dà fastidio"

Il professore-autore spopola in libreria, al cinema e in rete: "Eppure è come se non esistessi o fossi un personaggio costruito a tavolino". Ma non è così...

Il professor D'Avenia dà l'idea di essere uno che non si arrabbia mai. D'altra parte se insegna da 13 anni, ora italiano e latino in due licei milanesi, deve pur aver messo insieme una bella dose di autocontrollo. Mai perciò si potrebbe immaginare che proprio il successo qualche cruccio glielo avrebbe dato, a questo 36enne bello, biondo e palermitano. Perché un milione di copie vendute in 19 paesi; le sale piene per un film tratto dal suo esordio Bianca come il latte, rossa come il sangue; un blog, profduepuntozero.it, frequentatissimo; due romanzi in classifica (il primo al secondo posto, il secondo, Cose che nessuno sa, è uscito un anno e mezzo fa e comunque non si schioda dalla rosa dei primi venti, entrambi pubblicati da Mondadori) non bastano ancora a farlo entrare nel “dorato” mondo della letteratura. Per molti resta un fenomeno pop.

Ancora le dicono, e dopo il film di più, che è il nuovo Moccia. Quanto si arrabbia?
«Sulle prime, essendo siciliano, permaloso e un po' superbo, me la prendo. Poi rifletto. Forse siamo sovrapponibili perché ci occupiamo di età affini. Ecco, finisce qui. Perché il modo in cui lo facciamo è diverso».

In che cosa si sente diverso?
«Dopo tredici anni di lavoro a scuola credo di avere una vicinanza al campo di cui racconto che non è di taglio consumistico. Nei romanzi di Moccia ci sono adulti nostalgici di aver perso l'adolescenza e invidiosi di quella dei ragazzi. Nei miei gli adulti sono contenti di esserlo e accompagnano i ragazzi in questo viaggio. I miei protagonisti, Leonardo e Margherita, fanno cose eroiche. Nei romanzi di Moccia sono più attenti a consumare la vita che a trasformarla».

Eppure i vostri lettori sembrano gli stessi...
«Il problema degli intellettuali, diceva Gramsci, è che sono una casta che non conosce e non sente i bisogni del popolo. Di fronte ai fenomeni pop si mischia tutto. In Tre metri sopra il cielo i ragazzi si sono visti dipinti in quel tratto della loro anima che è consumistico: se non c'è porto, l'unica cosa che ti resta da fare è goderti la crociera, una finzione di viaggio. Ma il decadere del gusto per quei romanzi mi fa pensare che una volta raccontata quella storia sia finita. Vediamo se la seconda anima che propongo io ha durata più lunga. Il mio primo libro ha una tenuta che nessun altro romanzo ha avuto prima, nemmeno La solitudine dei numeri primi. Una cosa mai successa e che da fastidio».

Fastidio in che senso e a chi?
«Quello che mi colpisce è che, nonostante i risultati delle classifiche, è come se io non esistessi. Vengo sistematicamente ignorato. In questo momento ho due libri nei primi venti e c'è come paura ad avvicinarmisi troppo. Paura che sia costruito a tavolino. Troppo comodo. Scomodo è scoprire che sono davvero un professore di liceo che si fa il mazzo. Se tu oggi racconti vite di ragazzi fai un tipo di letteratura che non è nemmeno da prendere in considerazione. Potremmo rivedere anche questo concetto, quello della letteratura per ragazzi? Cos'è, un peccato? E siamo sicuri che racconti solo di ragazzi?».

Dov'è che sbagliamo?
«Molti si fermano alla copertina. O al fatto che sia un libro Mondadori. Durante un festival, un direttore di una casa editrice mi ha detto: “Ma allora tu sei reale? Insegni davvero? Pensavo fossi una costruzione della Mondadori”. Oppure mi passano accanto: «È qui lo stanzino dove fanno il casting quelli di Mondadori?». Forse scatta anche un po' di invidia».

Problemi di comunicazione?
«La comunicazione funziona così: c'è chi è gradito e chi non è gradito, D'Avenia mi sembra non sia gradito. Sugli scrittori cercano di costruire icone perché la gente si nutre delle vite degli altri. Posso capire che alcuni pensino che romanzi di successo come i miei siano pompati. Ma non puoi pompare per tre anni. Dopo il lancio iniziale è finita, se non funziona, sparisce. Nel mio caso c'è un passaparola. Ma qui accade come a scuola con certi miei colleghi: una volta che hanno dato un voto a un ragazzo non glielo levano più per tutto il liceo. Però chi se ne frega: non mi preoccupo che si parli di me, ma che i miei romanzi vengano letti».

Sta scrivendo?
«Sto rivedendo una raccolta delle lettere più belle ricevute dai miei lettori, piene di domande classificate per temi, a cui faccio rispondere i grandi della letteratura, da Omero a McCarthy. Che poi è il motivo del mio successo: rispondo alle domande scomode. Sarà una lunga lettera dei giovani per dire a questo Paese che se lo rifacciamo dobbiamo partire dalla cultura. E poi il mio nuovo romanzo, che uscirà il prossimo anno, ambientato a Palermo nei primi anni '90, quando c'erano le camionette coi sacchi di sabbia che sembrava Beirut. Con la morte di Borsellino, veniva tutte le domeniche a messa nella mia parrocchia, e di padre Puglisi, il mio insegnante di religione, vissute da molto vicino».

Ma se le avessero proposto un incarico politico all'Istruzione?
«Non accetterei mai. Il mio fare politica è far crescere i ragazzi. Non mollerò la scuola nemmeno dopo questo successo, e me lo potrei permettere. La mia vita è troppo bella così».

Commenti

Saltovitale

Sab, 04/05/2013 - 18:13

D'Avenia ha ragione. Ci sono persone in e persone out, e non c'entra niente il valore. I libri di D'Avenia hanno successo nonostante la scarsa pubblicità che è stata fatta, perché sono scritti bene ma più che altro mostrano un modo diverso di affrontare la vita, e cioè dandole significato. Disgraziatamente il mondo della cultura è egemonizzato da delle società di mutuo riconoscimento. Che non valgono un fico secco ma sono pronti a scagliarsi contro chiunque non balli il loro ballo. Per fortuna che ci sono i lettori, che saranno sempre pronti a far volare dalla finestra un libro cattivo e a fare il passaparola quando il libro è piaciuto loro.