«Il sorriso di don Pino è come uno specchio in cui vedere la mafia»

Soprattutto, non chiamatelo «romanzo sulla mafia». Su questo Alessandro D'Avenia è inflessibile: Ciò che inferno non è (Mondadori) - il terzo romanzo del professore palermitano 37enne dopo Bianca come il latte, rossa come il sangue e Cose che nessuno sa - è la narrazione di un percorso umano e umanista. Un percorso che poteva e potrebbe accadere di attraversare a chiunque. Protagonista Federico, un ragazzo di «diciassette anni e la vita da inventare», che nel 1993 al liceo classico Vittorio Emanuele II di Palermo ha un professore di religione molto speciale, padre Pino Puglisi, ucciso da Cosa Nostra proprio 21 anni fa. Don Pino lo porterà oltre le colonne d'Ercole del quartiere Brancaccio e lo renderà partecipe di una testimonianza che va vissuta ogni momento di ogni giorno, non importa come e dove. Federico ha tutto in comune con D'Avenia, che presenterà questa storia a Bookcity - oltre 900 incontri letterari a Milano dal 13 al 16 novembre - in ben tre appuntamenti (il 14 alle 10,30 in Università Cattolica, il 15 alle 11 al Teatro Parenti e alle 14,30 al megastore Mondadori in Duomo).

Com'è nata la voglia di parlare di Puglisi?

«Ho lasciato un altro libro che stavo scrivendo per l'urgenza di questo romanzo. I morti per mafia in qualche modo sono stati scritti sulla mia carne fin da quando ero adolescente: Falcone aveva casa davanti allo studio di mio papà, Borsellino frequentava la mia parrocchia alla Messa della domenica: arrivava in ritardo per non disturbare e si sedeva in fondo, con tutta la scorta».

E don Pino...

«È stato il professore dei miei fratelli più grandi, da cui ho raccolto i racconti in presa diretta. Io l'ho avuto per alcune supplenze e lo incontravo in corridoio. Guardavo il suo sorriso, che non nascondeva la stanchezza: erano mesi che riceveva minacce, era già stato picchiato e tutto gli si leggeva sul volto. Ma tutto era sorprendentemente compatibile con il sorriso di cui parlo nel romanzo, che apparteneva a una modalità rara nella vita quotidiana: tempesta in superficie, calma in profondità. Il sorriso di chi sa perdonare e trovare ciò che inferno non è».

Partire da un sorriso così può sembrare un'operazione retorica.

«Non è sull'impegno civile che mi ha aperto gli occhi l'insegnamento di don Pino. Quell'impegno va dato per scontato, senza riempirsene la bocca. Quella è la retorica che finisce per rendere questi personaggi talmente alti che poi nella vita quotidiana non significano più niente. Chi muore con quel sorriso dice come ha vissuto e lo dice a tutti».

Davvero è morto sorridendo?

«Ho letto l'interrogatorio a uno dei due assassini di don Pino, Salvatore Grigoli. Divenuto collaboratore di giustizia, racconta che è proprio quel sorriso che lo ha ribaltato: “Non ci ho dormito la notte, per quel sorriso”. Una frase così, detta da un criminale non di certo sentimentale che aveva sciolto il piccolo Giuseppe di Matteo nell'acido, è qualcosa di più rispetto alla storia già scritta. Una frase così interessa me come uomo e scrittore e anche tutti quelli che leggeranno il romanzo. Tutto il libro punta a quella scena: non solo don Pino non viene toccato dal male, ma lo smaschera e sorride al suo assassino. E l'assassino vede in se stesso ciò che inferno non è, proprio nel momento in cui sta compiendo l'inferno».

Però lei sostiene che questo non è un romanzo di mafia.

«Il motivo per cui ho deciso di trasformare “storie di carne” in “storie di carta” non è la mafia in sé. Il poeta Milosz, in un libro tradotto da Adelphi l'anno scorso, La testimonianza della poesia , dice che se lo scrittore non avesse speranza non scriverebbe nemmeno una riga. La mia speranza viene dallo stare tutti i giorni con i ragazzi, la stessa speranza che riceveva don Pino da ragazzi ben più complessi. Questo romanzo ha funzione di ricerca di maestri di cui siamo orfani, in quest'epoca in cui il potere viene esercitato o come controllo o come paternalismo mascherato di ascolto, che è poi una forma più sottile di controllo. Invece il potere è servizio».

Un «romanzo sui maestri» a chi passa il testimone?

«I padri aprono la strada. Ora al Brancaccio c'è un altro prete al posto di don Pino e ho visto nei suoi occhi lo stesso spirito. Federico ha 17 anni e anche se ha perso il suo maestro vuole continuare. Come nel sogno di Non è un paese per vecchi di McCarthy. Non mi interessava scrivere una pagina di terribile cronaca della mafia, ma dire come un fatto di cronaca può trasformarci. Quel sorriso finale è agiografia dolciastra postuma o un sorriso reale che cambia la storia delle persone?».

Parlare di vittime della mafia in modo agiografico va bene comunque o la retorica rischia di fare più male che bene?

«Mafia è una delle forme di puro esercizio di potere. Mentalità e violenza che ci portiamo dentro tutti. Ne ho le balle piene della lotta alla mafia se nella vita di tutti i giorni non fai bene il tuo mestiere. Io la lotta alla mafia l'ho fatta già prima di questo libro: con il mio lavoro al servizio dei ragazzi, con gli altri miei due romanzi. Anche mentre parli della mafia puoi comportarti da mafioso, se sfrutti la retorica per farti gli affari tuoi o per metterti in evidenza. Non voglio entrare nel merito di chi fa questo o delle sue ragioni, ma l'impegno politico è dove la polis ti chiama. Questi magistrati e preti erano straordinari perché facevano al meglio il loro mestiere, non altro».