Sotto quell’Alatriste c’è tutta l’Europa

«Tutti i nostri sforzi e l’oro dei galeoni sfumavano in chimere che non avevano niente a che fare con il commercio e la prosperità del popolo, ma unicamente con l’arroganza, la religione, l’inoperosità e il vanto di proclamarsi cristiani puri. Perché niente rappresenta la Spagna del mio secolo, e non solo, quanto l’immagine dell’hidalgo povero e miserabile, morto di fame, che non lavora per non svilire la sua condizione; e anche se digiuna tutti i giorni esce in strada con la spada, dandosi arie, e si getta briciole di pane sulla barba perché i vicini pensino che ha mangiato». È il siglo de oro, quello che Arturo Pérez-Reverte racconta, per la voce del giovane Inigo Balboa e per le gesta del capitano Diego Alatriste, nella serie a quest’ultimo dedicata di cui Il ponte degli assassini (Tropea, pagg. 267, euro 16,90) è il settimo volume, 15 anni dopo Capitano Alatriste che diede il via alla saga.
Siglo de oro sta per il regno e l’epoca dei tre Filippo, secondo, terzo e quarto, fra il 1582 e il 1643, l’anno della battaglia di Rocroi e della fine della dominazione spagnola nel nord Europa. È la Spagna dove gli scrittori erano angeli dalla faccia sporca, costretti a mendicare favori, a scrivere dediche reverenti e ferventi al signore di turno, a fare la fame in assenza di un protettore. La Spagna di Cervantes, eroe a Lepanto, galeotto in patria per debiti neppure suoi, del prete erotomane Lope de Vega, del Quevedo spia e maniaco dei duelli, di quel Calderón de la Barca che a nemmeno vent’anni aveva già infilzato un servo con la spada... Ma tutta la nazione era questa cosa qui, l’alto e il basso della sua nobiltà e del suo popolo, sprezzature aristocratiche e sussieghi, pompa, magnificenza, strade sporche, osterie fetide, miseria, pícari, gente di malavita. E soldati di ventura. Si andava sotto le armi per fuggire un’accusa di omicidio, schivare una vendetta, un problema economico, inventarsi un mestiere. C’era tutta l’Europa a disposizione, perché la Spagna era l’Europa stessa, il risultato di un impero dove un tempo non aveva mai tramontato il sole e che cominciava a vederne l’eclisse, una lunga, fosca e torbida decadenza che ne avrebbe fatto il tragico, ridicolo fantasma della grandezza passata.
Pérez-Reverte lo ricostruisce come nessuno, ma il rigore e lo scrupolo filologico della documentazione storica è messo al servizio della rappresentazione di un tipo umano su cui vale la pena soffermarsi perché fra mille delusioni, cambiamenti, compromessi, incomprensioni, giunge sino a noi. Nato in un’età crudele, Alatriste si muove ancora in un mondo che conserva regole, codici comportamentali. È un guerriero, ma è soprattutto un avventuriero, quella particolare figura a cui la fine del vecchio mondo feudale e aristocratico toglierà gli ultimi riferimenti e l’avvento del nuovo mondo capitalistico e borghese negherà qualsiasi palingenesi. Riapparirà nei secoli successivi, sempre più minoritario, imbastardito e inattuale, ora volgare truffatore, ora patetico mercenario, ora artista squattrinato e suicida, ora barbone miserabile e orgoglioso, una sorta di rifiuto della modernità e di rivolta contro la modernità stessa. Carriera, agi, benessere, status non fanno parte del suo Dna, vive alla giornata perché vive alla ventura, anarchico e ribelle a ogni tentativo di farne una semplice macchina produttiva. Nel raccontarlo lì dove la decadenza di una nazione è ormai realtà, Pérez-Reverte gli cuce addosso una nobiltà della sconfitta che in qualche modo lo riscatta, pur non assolvendolo. Il cinismo ha vinto sulla purezza, l’eroismo può andare a braccetto con l’assassinio e, non credendo più in un re, un dio, un’idea, si deve navigare a vista attenendosi a una rotta le cui coordinate sono la parola data, la fedeltà all’amicizia, un proprio codice d’onore, nessuna illusione.
A tutto ciò Pérez-Reverte aggiunge il talento di scrittore che Il ponte degli assassini conferma. C’è un complotto per uccidere il doge Giovanni Corner e imporre a Venezia un nuovo governo favorevole alla politica spagnola, c’è la Napoli barocca del XVII secolo, cortigiane e uomini di mondo, gente di spada e gente di penna, antichi nemici e nuove conoscenze, intrighi, duelli, amori, tradimenti. Ci sono «la vita, i libri e la memoria» dell’epigrafe al romanzo che diede inizio alle avventure del capitano Alatriste, capitano non per nomina del re, ma perché così vollero i suoi compagni. Vita, libro e memoria significa che Pérez-Reverte è uno scrittore che non dimentica mai il proprio piacere di lettore, il gusto della pagina, la solitudine popolata e felice della lettura, la possibilità di sentire vivo un mondo fatto di carta. Viene in mente Dumas che piange dopo aver fatto morire Porthos all’assedio di Belle-Isle, o Jacques Laurent che lesse Il visconte di Bragelonne solo nei suoi ultimi giorni di vita perché prima la morte dei suoi protagonisti l’avrebbe fatto troppo soffrire. Piangerà anche Pérez-Reverte quando, fra due libri, ucciderà Alatriste nella battaglia di Rocroi. E noi con lui...