Storia

La storia è una grande dissacratrice di miti. Scrittori che al loro tempo sono stati considerati grandissimi maîtres à penser, punti di riferimento fondamentali nelle riflessione etico-politica, fari di luce che illuminavano le nostre scelte, sono stati poi severamente ridimensionati dagli sviluppi della storia, la quale, di quei pensatori, ha mostrato la debolezza e la caducità, gli errori e le illusioni senza fondamento. Mentre di altri pensatori, che erano considerati secondari, la storia ci ha indotto a riconoscere la loro grandezza, a vedere che essi avevano intuito di più e meglio.
Questo carattere giustiziere della storia ci viene ricordato da Armando Massarenti nel suo ultimo libro, Dizionario delle idee non comuni (Guanda, pagg. 262, euro 14). Valga il caso di Jean-Paul Sartre e di Albert Camus. La diffusione delle opere e delle idee di Sartre è stata infinitamente superiore a quella delle opere e del pensiero di Camus. Il mito di Sartre era la rivoluzione che doveva distruggere la società borghese: di qui il culto che egli tributava al comunismo, che nell’Urss e in Cina aveva distrutto la vecchia società, e aveva incominciato a costruirne una nuova. Certo, nell’Urss e in Cina non c’era libertà di parola e di stampa, c’era il partito unico, che governava col terrore e con la polizia politica. Ma questi, per Sarte, erano difetti e inconvenienti, che avrebbero dovuto essere superati, ma che si collocavano in secondo piano rispetto al piano primario, fondamentale, dell’abbattimento della vecchia società e della costruzione di una società nuova. Camus, dopo un sodalizio con Sarte, ruppe con lui e col comunismo. Nel 1951 aveva pubblicato L’uomo in rivolta, dove - come Massarenti ci ricorda - la rivolta a cui pensava era quella dell’individuo, di ogni individuo nei confronti di qualunque forma di totalitarismo, compreso quello dei rivoluzionari. Anzi, proprio questi possono essere i carnefici più crudeli, perché in nome di una giustizia futura sono disposti a commettere atrocità anche peggiori di quelle degli oppressori contro i quali si battono. Scrive felicemente Massarenti: «Camus, scrittore e filosofo, non si schiera se non per un universo di valori che vanno dalla democrazia alla sincerità, all’onestà intellettuale, ma anche alla libertà e alla giustizia sociale, consapevole però - come altri pensatori fuori dagli schemi del Novecento, da George Orwell a Isaiah Berlin - di quanto sia facile un loro possibile conflitto. Mettendo comunque al primo posto la libertà, la libertà concreta di ogni individuo».
In altre idee del suo Dizionario Massarenti sottolinea giustamente come si debba diffidare sempre del mito della totalità: diffidare di chi propone programmi totali, trasformazioni totali, rivolgimenti totali. E, riprendendo concetti di Michael Walzer, Massarenti ci raccomanda «l’arte della separazione», poiché il liberalismo è «un universo di muri, ciascuno dei quali crea una nuova libertà». Ovvero, per riprendere le parole di Walzer, richiamate da Massarenti, «una società moderna, complessa e differenziata gode di libertà ed eguaglianza quando l’agire di una istituzione non invade la sfera di autonomia di un’altra, vale a dire quando le separazioni svolgono effettivamente la loro funzione». Parole giustissime, e sempre attuali.