La storia compromettente del "compromesso storico"

Quarant'anni fa Enrico Berlinguer rilanciò l'idea (che fu di Togliatti nel dopoguerra) della collaborazione fra Pci e Dc. Ma il flirt durò poco. E indebolì entrambi i partiti

La proposta di un «compromesso storico» fra cattolici e comunisti la lanciò l'allora segretario del Pci Enrico Berlinguer tra la fine di settembre e l'inizio di ottobre 1973 dalle pagine di Rinascita, la rivista ideologica del partito fondata da Palmiro Togliatti, in tre articoli pubblicati con il titolo generale Riflessioni sull'Italia dopo i fatti del Cile. Nel Paese latino-americano si era appena consumato il colpo di Stato del generale Pinochet contro Salvador Allende: era stata interrotta traumaticamente la «via cilena al comunismo».

Divenuto segretario del Pci nel marzo 1972 dopo esserne stato vice-segretario, Berlinguer si era formato ed era cresciuto politicamente all'ombra di Togliatti e durante la lunga segreteria di Luigi Longo si era rafforzata la sua autorevolezza. Aveva portato avanti la linea del «dissenso» dall'Urss dopo l'invasione della Cecoslovacchia del 1968, ma al tempo stesso aveva negato la possibilità di un abbandono dell'internazionalismo e di una posizione di rottura nei confronti dell'Unione Sovietica.

I fatti cileni suggerirono a Berlinguer una proposta politico-strategica che egli rese nota attraverso quegli articoli senza che fosse prima discussa dagli organismi dirigenti del partito. Ciò anche se in maggio sulla rivista Il Contemporaneo, supplemento mensile di Rinascita, era apparso un ampio dibattito sulla «questione democristiana», in cui Alessandro Natta aveva accennato alla necessità di una intesa fra socialisti, comunisti e cattolici e Gerardo Chiaromonte aveva osservato che sarebbe stato difficile per i comunisti governare anche ottenendo la maggioranza assoluta dei voti a causa della estensione e della influenza delle forze avversarie. Ciò non toglie, peraltro, che la paternità dell'idea del compromesso storico, così come venne presentata, sia senza dubbio attribuibile a Berlinguer.

Il caso cileno offriva una lezione importante. Dimostrava che l'unità delle sinistre, da sola, non era sufficiente a garantire la governabilità e che bisognava puntare alla collaborazione fra tutte le forze popolari, partito comunista e democrazia cristiana in primis, e quindi a un sistema di alleanze sociali che coinvolgesse ceti diversi. Al fondo, c'era la convinzione che solo così sarebbe stato possibile sbloccare il sistema politico italiano che, di fatto, anche per la sua collocazione internazionale, non consentiva una alternanza. La formulazione della proposta era chiara: «la gravità dei problemi del paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie, e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande compromesso storico tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano». In altre parole, Berlinguer metteva in soffitta l'idea della «alternativa di sinistra» e la sostituiva con quella di una «alternativa democratica» che avrebbe consentito riforme radicali evitando il pericolo di derive reazionarie.

La proposta poteva sembrare una novità. E come tale alimentò il dibattito politico. Ma non era così. Il filosofo cattolico Augusto Del Noce osservò che essa era «condizionata interamente dalla linea gramsciana» tanto che, riferita al pensiero di Gramsci, si configurava come «offerta» frutto della «constatazione della “maturità storica” per il passaggio dell'Italia al comunismo e per il transito dalla vecchia alla nuova Chiesa». D'altro canto lo stesso Berlinguer precisò che l'offerta di compromesso storico non era una «apertura di credito alla Dc», ma doveva intendersi come «sollecitazione continua» per una trasformazione radicale della stessa Dc che ne valorizzasse la «componente popolare» a scapito delle «tendenze conservatrici e reazionarie». A ben vedere, il discorso di Berlinguer riprendeva, con altre parole e in un contesto diverso, il progetto che, all'indomani del secondo conflitto mondiale, Palmiro Togliatti aveva sintetizzato nella celebre espressione «democrazia progressiva» fondata sulla collaborazione fra le «grandi forze popolari», ovvero comunisti, socialisti e cattolici. Esisteva, per dirlo con Del Noce, una «continuità Gramsci-Togliatti-Berlinguer e delle formule della via “nazionale” e “democratica” e dell'accordo dei partiti di massa».

Nella visione berlingueriana il compromesso storico avrebbe dovuto rappresentare lo strumento per «sbloccare» il sistema politico italiano che - in virtù della tacita ma accettata conventio ad excludendum nei confronti del Pci per i suoi legami con Mosca e per la sua monolitica struttura interna di tipo leninista - precludeva ai comunisti l'ingresso nelle stanze del potere. Le opposizioni, più che le perplessità, furono numerose sia all'interno del Pci, dove molti pensavano ancora all'ipotesi della trasformazione del Paese in una «democrazia popolare», sia all'interno della Dc, del Psi e dei partiti laici minori, preoccupati, non a torto, che il compromesso storico si risolvesse nell'incontro fra due «religioni secolari».

Comunque sia, alla prova dei fatti il compromesso storico non si realizzò. Gli anni fra il 1974 e il 1978 furono, sì, quelli della grande avanzata elettorale del Pci e del suo ingresso nell'area di potere con l'appoggio esterno al governo monocolore di «solidarietà nazionale» di Andreotti. Ma, al tempo stesso, furono anni - particolarmente difficili anche per l'offensiva del «partito armato» delle Brigate Rosse - che mostrarono come la «strategia dell'attenzione» nei confronti del Pci teorizzata da Aldo Moro fosse sostanzialmente velleitaria. Alla fine proprio il rapimento e l'assassinio di Moro chiusero traumaticamente la strada al compromesso storico. E aprirono una nuova stagione della politica italiana dominata dalla figura di Bettino Craxi e destinata a sua volta a esaurirsi con la fine ingloriosa della prima repubblica sotto i colpi di maglio della «rivoluzione giudiziaria» di Tangentopoli.

Commenti
Ritratto di mortimermouse

mortimermouse

Ven, 27/09/2013 - 10:13

questo dimostra che con il comunismo non ci si può ragionare. neanche i socialisti (che sono la parte più ragionevole della sinistra) ci sono riusciti. tanto vale chiuderli dentro e farli morire di oblio.... l'infarto di Berlinguer è fin troppo chiaro: fu provocato per non far proseguire il disegno politico. e devo dire per nostra fortuna!!

linoalo1

Ven, 27/09/2013 - 10:39

Oggi è forse diverso?Lino.

sorciverdi

Ven, 27/09/2013 - 11:39

D'accordo, a pensar male si commette peccato -lo diceva proprio Andreotti- ma s'indovina sempre. Ed io penso male, molto male riguardo alle vere intenzioni del PCI di allora che si sono poi palesate con Tangentopoli, primo assalto della sinistra al potere, un assalto che, grazie a molti utili idioti e a mezzi d'informazioni asserviti, ha potuto essere spacciato per un'azione indipendente della Giustizia. Oddio, bisogna essere comunistelli di provata fede per credere ad una panzana come Tangentopoli però la sinistra di creduloni ne ha tanti sotto le proprie bandiere. In altre parole non credo nel modo più assoluto che il santificato Berlinguer stesse lavorando per il bene dell'Italia; si era formato alla scuola di Togliatti-Ercoli e quindi mi viene più facile credere che Berlinguer, nonostante il suo volto da persona sincera, in realtà perseguisse tutt'altro fine. Probabilmente la realtà è che Berlinguer e il PCI avevano paura che l'Italia potesse seguire le orme del Cile e tagliare così ogni loro possibilità di continuare col golpe strisciante che si sta mostrando proprio in questi ultimi tempi in tutta la sua verminosità. In ogni caso il compromesso storico c'è stato, eccome, e la prova è la presenza di quel cattocomunismo che oggi ci governa e che sta mandando a picco il Paese. L'URSS non c'è più e la Russia di oggi è tutt'altra cosa quindi i maitre a penser sinistri nostrani sono diventati quella repellente gauche caviar che vediamo in TV e che commette gli stessi errori dell'ex PCI: cercarsi un padrone cui leccare la mano. Disintegratasi l'URSS pare si siano accasati nella cuccia offerta loro dalla finanza internazionale e dalla UE di cui stiamo diventando schiavi. Guarda caso, il Cav aveva confidato di voler far uscire l'Italia dalla UE, rompendo così i piani dell'ex PCI, e il braccio armato...pardon, togato della sinistra subito l'ha aggredito usando nel modo più ributtante il proprio potere assoluto per distruggerlo. Già...guarda caso...! Quindi basta con quei cretinotti che venerano Berlinguer perché non è stato uno statista ma solo un capace funzionario di partito che ha portato avanti la strategia che sapeva di dover portare avanti e che non è quella del bene dell'Italia. Togliatti, dal girone dei consiglieri fraudolenti, annuisce e si frega le mani per l'ottimo risultato ottenuto dai suoi allievi. Ah, scordavo: non certo per fare l'apologia di Pinochet ma l'Italia è in recessione mentre il Cile è in crescita: che sia la presenza del partito comunista/cattocomunista a fare la differenza?

Ritratto di TizianoDaMilano

TizianoDaMilano

Ven, 27/09/2013 - 11:50

Berlinguer chi?

Ivano66

Ven, 27/09/2013 - 12:56

TizianoDaMilano: brutta bestia l'ignoranza, eh?

francoberto

Ven, 27/09/2013 - 13:51

Caro compagnetto Ivano 66,l'ignoranza è una brutta bestia,concordo, ma l'imbecillità,credimi,la supera di gran lunga...