STORIA D’ITALIA DEL XX SECOLO

Nasce a Milano il primo Fascio di combattimento Lo compongono delusi da tutti i partiti che sognano una rivoluzione «nazionale»

Nel marzo 1919, quando nacque a Milano il primo Fascio di combattimento, l’Italia era da poco uscita dalla prova del grande conflitto europeo e si dibatteva nelle inquietudini del dopoguerra, da noi maggiori che negli altri paesi vincitori e quasi da nazione vinta. Si faceva il processo alla guerra e a chi l’aveva voluta, a irridere le speranze che l’avevano promossa e sostenuta, a screditarne i risultati. Il nostro paese pareva mettersi sulla via di un sovvertimento sociale generalizzato, ispirato dall’ala massimalista del partito socialista.
In questo contesto, il Fascio milanese sorse per rivendicare la guerra e i suoi valori, per combattere le forze della sinistra antagonista, per esorcizzare lo «spettro rosso» di una rivoluzione bolscevica. Ma non rappresentava, quel fascismo delle origini, un movimento conservatore né si esauriva nella reazione. Fondatori e gregari si definivano rivoluzionari, in vista di una rivoluzione non russa ma italiana, che per essi era cominciata nelle giornate del maggio 1915, aveva proseguito il suo corso con la guerra, e attendeva ora il suo ulteriore svolgimento. I primi fascisti proclamavano il fallimento della vecchia classe dirigente e del regime parlamentare, agitando dentro di sé idee di cambiamento molto vaghe ma anche molto radicali e, qua e là, decisamente demagogiche.
Dal socialismo della prima giovinezza, Mussolini era passato, attraverso la campagna interventista e l’aspra polemica con i vecchi compagni, a una specie di «socialismo nazionale», senza partito, dottrina, filosofia materialista. Non v’erano, nel movimento dei fasci, pregiudiziali monarchiche o repubblicane, cattoliche o anticattoliche. Al contrario, il fascismo si presentava come la negazione assoluta di ogni pregiudiziale politica e ideologica. In esso, si registrava l’assenza di statuti, di regolamenti, di programmi, salvo qualche generalissima idea direttiva. «Noi abbiamo stracciato tutte le verità rivelate - sosteneva Mussolini - e rifiutiamo ora tutte le ricette messe in commercio per dare la felicità al genere umano».
Per quasi due anni il fascismo rimase piccola minoranza urbana settentrionale. Erano i suoi quadri specialmente modesta borghesia, reduci di guerra, uomini in rotta coi vecchi partiti o cresciuti senza partito, senza troppi legami col passato, tutti volti, nell’incertezza dell’oggi, verso il domani. Poi, alla fine del 1920, il movimento cominciò ad ingrossare i suoi ranghi, a straripare fuori dalle città, a introdursi anche nell’Italia centrale e meridionale, a radicarsi soprattutto nelle province agrarie dell’Emilia. Nel 1921, il fascismo si saturò di molti elementi della borghesia ma anche di masse proletarie, specialmente rurali, già irreggimentate dal socialismo, ed ora abbandonate a se stesse per lo scompaginarsi dell’organizzazione politica e sindacale socialista. Accanto alla sua forza politica, il fascismo creava la sua forza militare e sindacale, imponendosi, anche per questa varietà di organizzazione, che gli permetteva di penetrare in ogni settore della società. In quello stesso anno, il movimento di Mussolini conquistava le sue prime posizioni parlamentari, spostava da Milano verso Roma il suo centro, entrava in contatto con la monarchia e il papato, si piegava ai primi riconoscimenti del loro valore storico e della funzione nazionale.
Nella primavera e nell’estate del 1922 vi furono rapide mobilitazioni, massicce adunanze di lavoratori e di squadre fasciste: azioni quasi di guerra e «occupazioni» di città, a Ferrara, Bologna, Firenze. Da quel momento, la violenza fascista si trasformava da semplice problema di ordine pubblico a problema di praticabilità costituzionale del sistema politico italiano. Infine, ai primi di agosto, la più generale e decisiva campagna contro lo sciopero generale, che consacrò il fascismo come partito d’ordine e inferse un colpo quasi mortale al socialismo. Si cominciò allora a parlare di Marcia su Roma.
eugeniodirienzo@tiscali.it