STORIA D’ITALIA DEL XX SECOLO

Fu Renzo De Felice in un saggio-intervista del 1995, che seminò scandalo e sconcerto presso la storiografia politicamente corretta, ad arrecare un colpo mortale alla ricostruzione mitologica della resistenza e della guerra di liberazione. L’intervento di De Felice partiva dall’esame di un nudo e arido calcolo numerico, relativo al numero degli italiani effettivamente coinvolti in questo episodio della storia nazionale. I partigiani furono sicuramente molto meno dei 280.000 accreditati dalla propaganda social-comunista, dopo la cessazione delle ostilità. Il loro numero si riduceva, sulla base della nuova documentazione prodotta da De Felice, a sole 68.000 unità, nel dicembre del 1944. Cifra destinata a diminuire ulteriormente nei mesi successivi e poi ad accrescersi considerevolmente soltanto nell’immediata vigilia dell’avanzata anglo-americana nel nord della Penisola. Sul fronte opposto, le forze della Repubblica sociale schieravano circa 500mila militari, tra arruolati per leva o per richiamo e volontari. Le parti in lotta opponevano, le une alle altre, delle minoranze considerevoli, il che giustificava l’uso del termine «guerra civile», per definire questa tragica congiuntura, ma non quello di «guerra di popolo», dato che, anche a volere contare il mezzo milione di soldati del Regio esercito impegnati nel conflitto, la maggioranza degli italiani decise di non partecipare allo scontro, rimanendo in un atteggiamento di neutralità e di attesa.
In questa scelta, non c’era solo vigliaccheria, disinteresse politico, nausea della guerra, qualunque essa fosse. Quella decisione significava, piuttosto, il rifiuto di intervenire a fianco di due schieramenti che, sicuramente per quello che riguardava il fascismo di Salò, ma senza dubbio anche per quello che concerneva una buona parte del Comitato nazionale di liberazione, intendevano proporre una soluzione totalitaria alla crisi italiana del 1943-1945.
Aveva perfettamente compreso tutto ciò un vecchio e mai domo avversario di Mussolini, come Gaetano Salvemini, in una lettera privata del febbraio 1945, dove era contenuta una violenta critica ad alcune forze antifasciste, che avevano sostenuto, alla fine dell’anno appena trascorso, il cosiddetto progetto di «democrazia progressiva» formulato dal Pci. In questo modo, scriveva Salvemini, i vertici della lotta al nazifascismo «si sono messi in una strada estremamente pericolosa, accettando di allargare il Cnl (in cui sono rappresentati pariteticamente i cinque partiti) con rappresentanti delle “organizzazioni di massa” (delle officine, dei partigiani, delle donne, dei giovani, degli impiegati ecc.), in cui verranno facilmente sommersi dai comunisti, i quali faranno nascere come funghi tali organizzazioni, in gran parte bluffistiche, e che soli hanno i quadri per dirigerli con una disciplina unitaria». La formula, tante volte ripetuta, che reclamava «tutto il potere al Cnl», corrispondeva in realtà allo slogan «tutto il potere ai soviet dei comunisti russi nel 1917».
Il Pci cercava, infatti, di instaurare un «dualismo di poteri», del tutto estraneo ad una logica politica di tipo liberale, dove lotta armata e confronto istituzionale venivano posti sullo stesso piano e che rappresentava «la condizione più favorevole per un’azione rivoluzionaria alla quale soltanto e unicamente i suoi quadri sono veramente preparati». Il rifiuto di moltissimi italiani a partecipare attivamente alla guerra di liberazione si nutriva di questi timori, esasperati, come Salvemini aggiungeva, dalla constatazione che il movimento socialista e comunista costituivano, in realtà, una sorta di «estensione regionale dell’Unione Sovietica». Proprio per queste ragioni, la cosiddetta «zona grigia», che non volle scendere in campo nel conflitto civile, lo fece invece, pochi anni dopo, nel 1948, con le armi del voto, assicurando la schiacciante vittoria del fronte moderato.
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